Tre condanne in nove mesi. Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’Economia del governo Berlusconi, è diventato un collezionista di sentenze di responsabilità. Tutti processi di primo grado il cui totale delle pene fa 20 anni e sei mesi. Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), infatti, oggi ha condannato Cosentino a 7 anni e sei mesi di carcere al termine del processo “Carburanti” in cui era imputato per estorsione e illecita concorrenza con l’aggravante mafiosa. La Corte ha emesso condanne rispettivamente a 9 anni e 6 mesi e 5 anni e 4 mesi anche a carico dei fratelli, Giovanni e Antonio Cosentino. Prescritto invece il reato contestato all’ex prefetto di Caserta ed ex deputato Pdl, Maria Elena Stasi.

Oggetto del processo è l’Aversana Petroli, l’azienda di carburanti della famiglia Cosentino, amministrata in passato da Giovanni Cosentino e sequestrata, che secondo l’accusa sarebbe stata avvantaggiata illecitamente ai danni della società di un altro imprenditore, Luigi Gallo, che puntato il dito contro la famiglia Cosentino. Nel corso della requisitoria tenuta lo scorso primo marzo, i pm della Dda di Napoli Fabrizio Vanorio e Alessandro D’Alessio chiesero 12 anni di carcere per Nicola Cosentino, 16 anni e sei mesi per Giovanni Cosentino, 11 anni per l’altro fratello Antonio e 4 anni per la Stasi. Durante la requisitoria il pm aveva detto: “I Cosentino vanno messi in ginocchio e va confiscata la loro società (l’Aversana Petroli, ndr)”. E proprio per questa vicenda Cosentino era stato arrestato nell’aprile del 2014. Secondo l’accusa i Cosentino potevano contare sul “rapporto stabile con i Casalesi”, tanto che “i vertici del clan avevano imposto agli affiliati il divieto di estorsioni ai danni degli impianti riconducibili a Cosentino”. “Un sodalizio criminale” – scriveva l’Antimafia – retto “dalla spregiudicatezza dei fratelli Cosentino” negli affari, “dall’asservimento della politica” e “dal rapporto di scambievole interesse con esponenti della camorra”.

Fondamentale per l’indagine – partita nel 2011 – era stata la collaborazione con gli investigatori di Luigi Gallo, titolare di una stazione di servizio in costruzione a Villa di Briano. Gallo aveva ottenuto la licenza per l’apertura di un impianto di carburanti, licenza che di fatto impediva ai fratelli Cosentino di averne una analoga a 5 chilometri di distanza. Per ottenerla ugualmente, i tre, secondo l’accusa, avevano “indotto” Vincenzo Schiavone e Vincenzo Falconetti, dirigenti dell’Ufficio tecnico del Comune di Casal di Principe, a rilasciare comunque all’Agip Petroli, società partner dei Cosentino, un’autorizzazione edilizia. Inoltre, l’ex coordinatore regionale del Pdl e l’ex prefetto di Caserta Maria Elena Stasi convocarono l’allora sindaco di Villa di Briano (Caserta) nell’ufficio della Prefettura di Caserta intimandogli di provvedere alla rimozione del tecnico comunale che aveva rilasciato l’autorizzazione all’imprenditore Luigi Gallo. I Cosentino hanno inoltre più volte minacciato Luigi Gallo. Episodi analoghi sono stati ricostruiti durante le indagini, che hanno appurato la posizione di vantaggio sul mercato dei Cosentino. “Siamo fortemente perplessi, ritenevamo che fosse innocente e riteniamo ancora di più che sia innocente. Leggeremo la sentenza, ricorreremo senza alcun dubbio in appello” dice l’avvocato Agostino De Caro.

Prima di questa condanna l’ex coordinatore campano del Pdl il 17 novembre scorso era stato condannato a nove anni per concorso esterno: le motivazioni della sentenza saranno depositate nel mese di maggio. In questo processo l’accusa aveva chiesto per l’imputato 16 anni di carcere. Secondo l’accusa, sarebbe stato sin dal 1980 e fino al 2014 il referente politico-istituzionale dei clan Casalesi, dai quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale e capacità di intimidazione, e ai quali avrebbe offerto la possibilità di partecipare ai proventi degli appalti del ciclo dei rifiuti e delle assunzioni. Un anno fa invece era stato condannato in primo grado a 4 anni per corruzione. Per l’accusa l’ex sottosegretario aveva procurato favori e denaro a un secondino del carcere dove era detenuto, per ricevere beni e visite non consentite.