Opzione Donna? Una bella fregatura per le lavoratrici. Possono certo andare in pensione prima, ma a spese loro”. Così Chiara Saraceno, sociologa della famiglia, analizza la misura messa in campo dal governo – appunto “Opzione donna” – che permette di optare per la liquidazione della pensione calcolata interamente con il metodo contributivo estesa a chi abbia compiuto 57 anni (se lavoratrici dipendenti) o 58 se autonome; si tratta insomma di una facoltà attraverso la quale poter ottenere la propria pensione con requisiti anagrafici più favorevoli, ma non senza costi. In Italia, superato perlomeno l’ostacolo-retaggio culturale secondo cui solo le donne dovevano occuparsi della crescita dei figli, la nuova barriera è quella della cura dei genitori o parenti prossimi anziani.

A parte le ragioni affettive e il desiderio di occuparsi dei membri  della propria famiglia, il problema vero è che la mancanza di piani e servizi per la cura e l’assistenza rappresenta un ostacolo per il mantenimento di un lavoro a tempo pieno. E quindi le donne devono lasciare l’attività lavorativa e spesso questo avviene con una limitata anzianità di servizio: il 40% di loro infatti ha lavorato tra i quattro e i dieci anni, in modo peraltro frammentario per le maternità.

La situazione – Nella pratica le donne, raggiunti i 35 anni di contributi e il 57  di età, possono andare in pensione prima – anche proprio per accudire genitori anziani – rispetto ai nuovi limiti di età, rimettendoci però dal 25 al 40 per cento dell’importo loro spettante. “Non è accettabile” incalza la professoressa Saraceno, sottolineando peraltro che molte di queste lavoratrici rinunciano al vantaggioso regime retributivo a fronte di un meno favorevole regime contributivo. Quindi: “Ci sarà anche qualche lavoratrice che decide di usufruire di Opzione donna perché può permetterselo, avendo magari un compagno o marito ricco – rincara Saraceno – ma per la maggior parte dei casi si tratta di una mancanza di alternativa alla cura di persone non più autosufficienti in famiglia o per aiutare le figlie a crescere i nipoti”.

Selfare più che welfare – Ricapitolando, quindi, le donne che vanno in pensione in modo anticipato lo fanno sia a spese loro ma anche pagando “per fare un lavoro di cura necessario cui nel nostro paese non ci sono alternative”, sottolinea Chiara Saraceno ricordando peraltro come per le lavoratrici “le penalizzazioni in corso di vita lavorativa non sono dovute solo alle interruzioni per maternità, ma anche al fatto che, avendo la responsabilità del lavoro famigliare, hanno potuto investire meno sul mercato del lavoro e spesso sono state discriminate in quanto donne”.

Una proposta – Altro aspetto da non sottovalutare è che la parità di genere pensionistico – tanto invocata a livello europeo – ad oggi non garantirebbe certo pensioni adeguate per tutti e un sistema che permetta di mantenere, entro un livello ragionevole, lo standard di vita anche per le donne dopo la pensioneSaraceno pone pertanto l’accento sul fatto che sarebbe opportuno che, in merito alla discussione sulla flessibilità nell’età della pensione, insieme al calcolo sulle penalizzazioni legate all’anticipo si facessero anche i calcoli relativi alla premialità – dicasi anche contributi figurativi – connesse anche allo svolgimento del lavoro di cura. “Questo riconoscimento compenserebbe almeno in parte la perdita economica legata all’uscita anticipata esclusivamente per chi ha effettuato realmente il lavoro di cura famigliare”.

La regola del doppio lavoro – Per le donne italiane vige la regola del doppio lavoro: in casa e fuori. Una doppia mansione di cui una delle due non viene retribuita: si tratta di beneficio della collettività ma soprattutto di  un risparmio per le casse pubbliche. Secondo Auser infatti sono circa 15 milioni le persone – per lo più donne – che si occupano dell’assistenza a figli, nipoti, parenti con disabilità e anziani: un vero e proprio mondo alternativo alle carenze croniche delle istituzioni. Il 42% delle donne è coinvolto nella cura e tra le madri nella fascia di età che va dai 25 ai 54 anni la quota di occupate è pari al 55,5% mentre i padri raggiungono il 90,6%.

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