Trump ‘pazzo’? Altroché, in lui vedo una lucida coerenza
È un errore lasciarsi trascinare dalla scia di una certa vulgata mediatica, nazionale e internazionale, che vorrebbe Donald Trump mosso da un’aggressività predatoria, senza freni, perché “pazzo”. È una lettura troppo comoda, quasi consolatoria, e proprio per questo da respingere. L’attenzione non va posta su un presunto malfunzionamento della mente del presidente, quanto su una lucida coerenza mostrata nel corso della sua vita e carriera, di imprenditore prima e politico dopo.
Un soggetto che si distingue per una radicale insofferenza verso le regole del consesso sociale e per la pretesa di ergersi egli stesso a legge, forte com’è dell’assenza di senso di colpa e di autentici limiti morali, riassume le caratteristiche del perverso. Un individuo lucido e presente, ben lontano dunque dalla follia.
Questo tipo di personalità si vive spesso come messianicamente investita della missione di difendere i cosiddetti valori tradizionali, quelli che fanno presa sull’elettorato conservatore, ma che per primo viola o disconosce. Non di rado, infatti, la furia moralizzatrice non è che il velo dietro cui si agita la necessità di occultare, e rimuovere per sempre, le tracce delle proprie oscenità, dei desideri inconfessabili, ricoprendo i cocci di quei medesimi valori che egli stesso ha ampiamente infranto nel corso della propria vita.
Non è un caso che molti osservatori vedano nell’affaire Epstein il motore oscuro di tante scelte distruttive del presidente americano, più prosaicamente dettate dal voler rimandare sine die il redde rationem con la legge che, come nel caso di Nethanyau, l’attende al varco giudiziario. Procrastinare, delocalizzare, generare uno stato di guerra che impedisca al mondo di gettare uno sguardo nei propri anfratti. Lo scandalo Epstein è il simbolo di un regno senza legge, di una zona franca della perversione in cui transitavano uomini rispettabili, figure pubbliche, custodi della morale (Noam Chomsky), opinionisti del bene comune che al contempo godevano della compagnia di chi aveva costruito uno spazio fondato precisamente sulla sospensione e il calpestio della legge.
L’agire di Trump può in superficie apparire paranoico, vale a dire teso a colpire nemici reali o presunti tali (come Stalin che nominava i suoi sottoposti pescandoli tra gli uomini dei quali possedeva segreti, per essere certo di poterli o ricattare o tenere in pugno, qualora fossero divenuti – nel suo orizzonte persecutorio – capaci di ostacolare il prestigio del suo nome). Gli studiosi Calleri-Maci, infatti, scrivono che “l’illimitato nel paranoico possa dipendere anche da quel suo bisogno di preservare la propria identità; e più sarà un identità fragile, vulnerabile nella sua base affettiva e più lui proporrà progetti grandiosi (…) falsi movimenti in avanti’. Dunque il paranoico mostra ‘una posizione difensiva nei confronti del tempo, rigidamente conservatrice, (..) espressione della tendenza a opporsi all’oblio naturale”.
Ma chi segue il solco del faraone? Questi scelgono le truppe con accuratezza, reclutando nel fanatismo confessionale e conservatore dove abitano soggetti pronti a trasformare la parola del capo in verità assoluta. È così che intorno a queste figure si forma una corte di fedeli adoratori che, come nel caso della preghiera nello Studio Ovale, si stringo attorno a lui come i discepoli con Cristo. Ma quando il disegno si fa troppo scoperto, quando il desiderio di dominio si rivela senza più veli e anche tra i seguaci più docili si aprono crepe ed esitazioni, iniziano le epurazioni di chi si credeva soldato ma era solo pedina. Il dissenso diventa dunque tradimento. In questo senso si leggano le cacciate di Kristi Noem e Pam Bondi, fatte fuori perché, a dire del sito Voice of New York, “Trump elimina rapidamente ciò che genera titoli non controllati”.
Nel suo mirino sono successivamente entrati gli alleati della Nato che hanno osato sottrarsi a un pensiero sempre più impastato di paranoia e violenza, poi Giorgia Meloni, disconosciuta e disdetta come si fa con un operatore telefonico. Infine il Papa.
La prima linea trumpiana che siede nel nostro Parlamento, di fatto esautorata, si è trovata di colpo a dover fare in fretta una scelta: o il Papa di Roma, o il faraone a stelle e strisce. Seppur con lenta esitazione e con voci fioche, il governo ha dovuto prenderne le distanze, in quanto il vincolo con la Chiesa di Roma, con l’immaginario cristiano e con il suo peso simbolico, è assai più antico e radicato della fedeltà atlantica. E, sul piano elettorale, sarebbe imprudente entrare in rotta di collisione con ciò che promana dalle mura leonine soprattutto davanti a un elettorato conservatore italiano ancora fortemente sensibile a quel richiamo. Specie dopo la sconfitta referendaria che ha immesso quel principio di realtà che faceva presagire la fine dell’esecutivo.