E’ conflitto aperto a Torino sul blocco emergenziale antismog esteso ai motori diesel Euro 4, e presto lo sarà anche sulla domenica a piedi, indetta per il prossimo 5 marzo. Insorgono i proprietari dei veicoli diesel, colti di sorpresa da un provvedimento che finora aveva toccato al massimo gli Euro 3. Delle loro proteste si fanno portavoci le categorie dei commercianti e degli artigiani e quasi tutte le opposizioni alla Giunta Appendino, a cominciare dal Pd.

La vicenda è estremamente interessante sia dal punto di vista delle politiche ambientali che della politica tout court.

Il dibattito impazza sui social, sui giornali, nei bar. La motorizzazione diesel ha avuto grande diffusione in Italia, a Torino in particolare, e lo stesso dieselgate non ne ha provocato finora cali vistosi di vendita. Nel mondo si sta dicendo invece che i motori diesel, presenti soprattutto in Europa, sono destinati a scomparire per essere soppiantati da varie declinazioni ibride dei motori elettrici. Il problema è che i diesel producono micropolveri e biossidi d’azoto molto maggiori rispetto ai motori a benzina.

Ma la gente non lo capisce o non lo vuole capire. Così come continua a circolare la leggenda urbana (comoda per i difensori dell’auto) secondo la quale sarebbe il riscaldamento domestico a inquinare di più. L’equivoco – se è tale – nasce dalla confusione che spesso si fa tra emissioni di CO2 – che non sono smog, ma climalteranti – e quelle dei veleni dannosi per i polmoni. Altro equivoco: si pensa che lo smog sia alto d’inverno a causa dei riscaldamenti accesi invece il motivo è l’inversione termica con alta pressione. Le più importanti città europee hanno avviato o promesso azioni per diventare nel giro di pochi anni “senza diesel”. Che lo si faccia innanzitutto nelle grandi città è logico: è sui territori ad alta densità che è possibile muoversi senz’auto, grazie alle brevi distanze e alla presenza di mezzi pubblici.

Il blocco torinese, dalle 8 alle 19, è scattato dopo che le polveri sottili hanno superato, per sette giorni consecutivi, i 50 microgrammi per metro cubo di Pm10. Il provvedimento base su cui si innesta è regionale (quindi a firma Pd, se vogliamo guardare alla politica) e prevede di fermare fino ai veicoli Euro 3. Volendo, i Comuni possono inasprire i provvedimenti, come ha fatto adesso Torino. I difensori del diesel protestano con ogni sorta di argomento: dicono che il blocco mette in crisi lavoro e affari e che, al tempo stesso, diminuisce solo del 6% il traffico non intaccando la percentuale delle micropolveri.

Non c’è la controprova, ovviamente: non possiamo sapere come sarebbero stati traffico e micropolveri negli stessi giorni.

Nessuno tiene conto di un’acquisizione molto importante (che viene dall’Agenzia per la Mobilità di Milano) e cioè che al di là di Pm10 e Nox esiste il “black carbon”, il carbone che finisce nei bronchi e che è localizzato molto vicino all’uscita delle marmitte. A Torino non lo si misura ma scende sempre col calare del traffico. L’unica critica razionale comprensibile è quella della sorpresa, dello scarso preavviso, della mancanza di un governo nazionale che persegua l’obiettivo di ridurre rapidamente l’uso dei diesel nelle città. Qualcuno deve pur cominciare da qualche parte. Ed è stata la finora prudentissima Giunta Appendino a farlo, prendendo la più impopolare delle decisioni. Una decisione coraggiosa.

Il fermo dei diesel fa infatti arrabbiare molto una minoranza senza far particolare piacere alla maggioranza, che non nota vantaggi immediati e palpabili. E’ un provvedimento giusto, che va nel senso di una tendenza internazionale inevitabile, ma che non provoca immediato consenso. Discorso diverso è quello della domenica a piedi: finora quasi nessuno sa che ci sarà e che coinvolgerà tutta la città, come che non accadeva da 7 anni. Ma come è noto a chi le ha seguite in passato, le domeniche a piedi pur suscitando opposizioni permettono di passare ore veramente diverse in città.