Bentornati a Zemanlandia: il mondo delle fiabe del pallone, dove in meno di 48 ore l’ultima in classifica si trasforma da brutto anatroccolo in cigno. Anzi, in delfino: il Pescara non aveva mai vinto in 25 giornate di campionato (almeno sul campo: a tavolino l’unico successo sul Sassuolo); nel 2017 aveva solo perso, veniva da sei sconfitte di fila in cui aveva incassato 22 reti (una media di quasi quattro a partita). È arrivato Zdenek Zeman e ha vinto 5-0, divertendo quei pochi tifosi increduli che si sono presentati allo stadio Adriatico in uno slancio di pura nostalgia. “Abbiamo rotto l’incantesimo”, ha detto lui. Come nelle fiabe, appunto.

Certo, dall’altra parte c’era il Genoa, una delle squadre più depresse di questa Serie A senza motivazioni. Più per le scelte del suo presidente (ancora una volta Preziosi ha smantellato una rosa già deficitaria di suo a gennaio), che del povero allenatore di turno, il bravissimo Juric cacciato subito dopo la sconfitta (al suo posto Mandorlini). L’avversario per una volta conta poco: fino a ieri probabilmente il Pescara avrebbe perso anche con la metà delle squadre di Serie B, forse pure con un paio di Lega Pro. Si dirà pure che Zeman non è un mago (vero: è un maestro), e in così poco tempo non può certo aver fatto miracoli. Il successo, però, non è frutto del caso: il quinto gol di Cerri, ad esempio, è un bignami del suo credo nel 4-3-3, con il movimento a uscire dell’esterno e l’inserimento del terzino; il secondo, invece, arriva su uno schema da manuale da calcio d’angolo. “Erano anni che lo provavo e non avevamo mai segnato”. Non è mai troppo tardi per Zeman, evidentemente.

Si vede la mano del boemo. Ma si vede soprattutto il suo spirito. La formazione, negli uomini e grosso modo anche nel modulo (per disperazione il povero Massimo Oddo le aveva provate più o meno tutte, 4-3-3 zemaniano compreso), era la stessa che aveva fatto disastri per mesi, avviandosi a diventare la peggior formazione d’Europa della stagione. Un gruppo di ragazzini talentuosi travolti dall’impatto con la massima serie e veterani che si sono riscoperti all’improvviso troppo vecchi. Contro il Genoa sembravano finalmente una squadra. Pure forte. E non sarà soltanto per la meccanica del principio che “allenatore che cambia, squadra che vince”. La magia l’ha fatta Zeman, praticamente solo con la sua presenza e le sue idee. La convinzione che “non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi, meglio ultimi che senza dignità” (sarà per questo che ha accettato questa sfida impossibile). Il piacere di “vincere, ma rispettando le regole” (ogni riferimento è puramente casuale). Il rimpianto che “tutti purtroppo pensano solo al risultato e nessuno a far divertire la gente”. Mentre chi ieri era allo stadio o davanti alla tv si è divertito.

Pescara ha ancora bisogno di Zeman. La Serie A ha ancora bisogno di Zeman: uno dei pochi uomini nel calcio moderno in grado di trasmettere qualcosa. Un’idea, un valore, un’utopia. Dovesse davvero fare il miracolo, rimontando i 10 punti che oggi lo separano dal quartultimo posto dell’Empoli, una salvezza così varrebbe come lo scudetto o la coppa che non ha mai conquistato. Ma più probabilmente non ce la farà. Perché una vittoria non fa primavera: il Pescara è ormai spacciato e lui non cambia mai. Arriveranno ancora le goleade (più subite che fatte), i fuorigioco sbagliati a centrocampo, le sconfitte brucianti. È la sua storia: in carriera Zeman ha sicuramente più fallito di quanto sia riuscito. Ma “a volte i perdenti hanno insegnato più dei vincenti”. Ce l’ha spiegato lui.

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