“È inspiegabile far parte di un partito che si chiama democratico e aver paura della democrazia“. “E’ stato sancita la trasformazione del Partito Democratico nel Partito di Renzi, un partito personale e leaderistico che stravolge l’impianto identitario del Pd e il suo pluralismo”. C’è chi porta avanti le ultime trattative, ma a giudicare dalle parole del segretario Matteo Renzi e dei leader della minoranza del partito – Roberto Speranza, Michele Emiliano, Enrico Rossi – sono rimasti tentativi disperati. Le due anime del Pd si parlano, ma non si ascoltano più. Renzi dice che queste cose non interessano molto ai cittadini, ma intanto accelera fissando l’appuntamento con i sostenitori della sua mozione già al 10 marzo al Lingotto di Torino, il che significa che il congresso tra 20 giorni sarà già cominciato. Dall’altra parte Speranza, Emiliano e Rossi annunciano che si incontreranno a Roma sabato, il giorno prima dell’assemblea che darà l’ok finale al congresso “con l’obiettivo di costruire un’azione politica comune, per rivolgere un appello a tutti i nostri militanti ed attivisti e per impedire una deriva dagli sviluppi irreparabili”. Ma all’assemblea ci saranno, assicura il presidente della Puglia, perché tocca a Renzi unire: “Stiamo facendo di tutto per tenere unito il partito ma al leader serve uno sforzo di unità. Bisogna però capire se proseguire questo percorso di unità della minoranza dentro o fuori. In questo momento i treni sono partiti in senso opposto e le distanze sono siderali”.

Ora nel ruolo di mediatori non ci sono più solo Andrea Orlando (in modo più esplicito) e Dario Franceschini (dietro le quinte, pur confermando la lealtà a Renzi). Ma si aggiungono anche Maurizio Martina e Piero Fassino, che rappresentano un’altra corrente di sinistra del partito che collabora dall’inizio con l’ex presidente del Consiglio. I due parlano quasi la lingua di Orlando e chiedono che la Convenzione nazionale del Pd – che è un appuntamento che arriva dopo i congressi di circolo ma prima delle primarie – diventi “Convenzione programmatica”. Un modo, dicono perché “tutti coloro che credono nel Pd ci chiedono unità e non divisioni: per questa ragione auspichiamo e chiediamo a tutti un passo in avanti”. In ogni caso anche Martina e Fassino spiegano che il congresso deve concludersi prima delle amministrative di primavera. La famiglia dei mediatori si allarga fino al presidente del Lazio Nicola Zingaretti: “Io non voglio il Pd di Renzi o di Speranza o di Rossi o di Emiliano, voglio ancora il Pd che, proprio in quanto forte di obiettivi e valori comuni e condivisi, poi si dà una linea e una leadership e chiama tutti a sostenerle”.

Renzi: “Confronto non scontro su poltrone, ma confronto sulle idee”
Renzi rilancia le tesi pronunciate durante la direzione Pd, considerata “deludente” dalle minoranze e chiama a raccolta gli iscritti, per ora non del Pd ma della sua newsletter. Spiega che il congresso è la risposta al “ricatto morale” della “scissione”. “Non è la prima volta che alcuni compagni di partito cercano ogni pretesto per alimentare tensioni interne – scrive nella sua newsletter – E io non voglio dare alcun pretesto, davvero. Voglio togliere ogni alibi“. Il centro del ragionamento del segretario è che “se uno ha idee diverse, ha il dovere di proporle”. Ribadisce, dopo che l’aveva già detto in direzione, che il verbo che lui usa per il congresso è “venite”, non “andatevene”: “Portate idee, portate sogni, portate critiche. Venite, partecipate. È inspiegabile far parte di un partito che si chiama democratico e aver paura della democrazia”. Il congresso, insiste, non è “scontro sulle poltrone” ma “confronto di idee”. Nel frattempo si domanda “cosa può apprezzare un cittadino del dibattito di queste ore nel Pd? E mi rispondo: nulla, o quasi. Stamattina ne parlavo in stazione con un nostro simpatizzante che mi confermava: A segreta’, non ce stamo a capi’ nulla”. Eppure, nel frattempo, è lui che dà le carte per rimanere dove sta, al comando del partito.

“Durata governo? Non lo decido io”. Ma ha già deciso: Orfini reggente, elezioni in autunno
Si ritrae una volta di più, per esempio, dalla domanda che da giorni gli pone Pierluigi Bersani (“Dicci se il governo per te deve durare fino al 2018 oppure no”): la durata del governo, dice, è un “argomento che ha appassionato per tante settimane gli addetti ai lavori ma che non mi riguarda. Non decido io. Decide il premier, i suoi ministri, la sua maggioranza parlamentare”. Intanto però agenzie e giornali raccontano che sta apparecchiando il suo programma da qui alle elezioni politiche anticipate. In una riunione al Nazareno, martedì sera, è stata confermata l’intesa tra Renzi e Dario Franceschini che assicura – sulla carta – di raggiungere la maggioranza al congresso prossimo (Renzi da solo non ce la farebbe). Al vertice hanno partecipato il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, il vicesegretario Lorenzo Guerini, il ministro dello Sport Luca Lotti, la sottosegretaria a Palazzo Chigi Maria Elena Boschi, il ministro della Cultura Dario Franceschini e il suo braccio destro Antonello Giacomelli. Qi si è deciso anche che domenica – dopo che Renzi avrà dato le dimissioni, necessarie per dare il via al congresso, il reggente sarà il presidente Matteo Orfini. Sono stati concordati anche i tempi del congresso, che dovrebbe concludersi entro aprile, “tempi normali”, spiegano dal vertice Pd, anche per evitare di sovrapporre gli scontri congressuali con la campagna elettorale delle amministrative. Le regole, che la maggioranza vuole le stesse del 2013, saranno decise dalla commissione congresso. Infine il congresso in primavera fa saltare il voto anticipato a giugno. Renzi punta ad andare alle urne in autunno.

I tre leader della minoranza: “Noi inascoltati, dobbiamo salvare il Pd”
Ma è una tempistica – sul governo più oltre che sul congresso – che ha lasciato a terra tutte le minoranze che sottolineano che l’atteggiamento del segretario fa sì che siano rimosse le tante visioni all’interno del partito, riducendola a una, quella del leader. Per questo Michele Emiliano e Roberto Speranza, a oggi entrambi candidati alla segreteria, sabato raggiungeranno l’appuntamento di Enrico Rossi al teatro Vittoria di Roma, dove il presidente della Toscana avrebbe dovuto lanciare a sua volta la propria candidatura alternativa a Renzi. Ma ora quell’iniziativa cambierà necessariamente forma e diventerà una contro-assemblea. I tre firmano infatti una nota congiunta dove scrivono che “l’ultima direzione nazionale del Partito democratico è stata animata da un dibattito ricco e plurale. Le conclusioni del segretario non hanno rappresentato questa ricchezza di posizioni e visioni, che ci caratterizza come la più grande comunità civile e politica del Paese. L’esito della direzione è stato profondamente deludente e ha sancito la trasformazione del Partito Democratico nel Partito di Renzi, un partito personale e leaderistico che stravolge l’impianto identitario del Pd e il suo pluralismo”. I tre esponenti del Pd si definiscono “inascoltati” soprattutto perché hanno chiesto l’impegno di sostenere il governo fino alla scadenza naturale e un congresso senza forzature, preceduto da una conferenza programmatica per ritrovare unità. Tutte ipotesi scartate dal segretario Renzi. “Il Pd non può smarrire la sua natura di partito del centrosinistra, che trova le sue ragioni fondative nel principio dell’uguaglianza e nei valori della Costituzione”.

Video di Alberto Sofia

Emiliano: “Sembra chi non vuol fare prigionieri”. Rossi: “Cesare di una nuova Dc”
L’accelerazione di Renzi ha portato a una mutazione del vocabolario delle minoranze. E a sentire il presidente della Puglia le speranze di restare uniti è ridotta al lumicino: “C’è una spezzatura, una rottura politica e anche di rapporti di comune militanza – afferma a RaiNews24 – Non so se vi siano ancora gli spazi per un cammino comune. Renzi è già in campagna elettorale, continua a correre come un matto senza sapere dove va ed è evidente che chi ha una percezione della comunità non si ritrova”. Quanto ai tempi del Congresso, Emiliano si chiede: “Almeno un giorno a Provincia lo vuoi dare agli eventuali candidati? Altrimenti è un abuso di forza del suo ruolo”. I segnali di apertura di Renzi? “Sono tutte pantomime – ha aggiunto Emiliano – il tono del segretario in direzione è il tono di chi non farà prigionieri. Anche il congresso non è la guerra. Lui non cerca l’armonia, lo scontro è l’unica arma che ha“.

Video di Alberto Sofia

Rossi la sintetizza così nel suo blog sull’Huffington Post: “Renzi vuole risponderci con una conta di poche settimane, con un plebiscito ancora una volta su se stesso. In questo modo è chiaro il senso politico di ciò che si vuol fare: un partito renziano spostato ancora di più verso il centro, una sorta di nuova Dc a direzione cesarista“.

Orlando: “Io candidato? No, ma bisogna riposizionare il partito”
Andrea Orlando
, entrato improvvisamente al centro della scena come freno a mano di Renzi, almeno per oggi esclude di incarnare la “terza via”. “Alle terze vie ci credo poco, non credo esistano terze vie per un partito. Esiste la possibilità di fare una battaglia perché quel partito non sbagli strada” dice il ministro della Giustizia a L’Aria che tira, su La7. Ripete che è evitare fratture e lacerazioni e che “se non avessimo fatto il Pd, la sinistra italiana sarebbe stata travolta”. Non molla completamente Renzi, anzi: “Io credo che Renzi abbia le energie per guidare questo passaggio e il partito. Io non ho mai detto che il tema sia Renzi. Farei male l’antirenziano avendo fatto il ministro nel suo governo”. Tuttavia ribadisce il suo concetto: “Dopo la sconfitta del referendum dobbiamo riposizionare il partito. Renzi è la persona che ancora e nonostante tutto può parlare con più forza all’Italia”. Renzi, alla direzione Pd, ha trascurato anche le obiezioni – non accusabili di essere strumentali – del guardasigilli per il suo atteggiamento ancora una volta da schiacciasassi: “Non ho parlato con Renzi dopo la direzione e devo dire che non mi è piaciuto il modo il cui mi ha risposto alla direzione”, ha detto però Orlando.

Video di Manolo Lanaro

Confronto Orlando-Orfini tra i Giovani Turchi
Orlando porterà queste idee anche all’interno della corrente di cui fa parte, i Giovani Turchi, che esprimono anche Orfini. Come detto, Orfini è schiacciato sulla linea Renzi, mentre Orlando è più dubbioso. Dinamiche lampanti in direzione, che ha deluso anche Orlando. “Io penso che in quel passaggio ci fosse ancora il margine per chiamare tutti i nostri compagni e dire: facciamo un patto, chiudiamoci per un mese in una stanza, chiamiamo intellettuali, imprenditori e costruiamo una piattaforma. Facciamolo alla luce del sole”. E invece no. Ancora una volta la parola d’ordine è velocità. “Se riusciamo a trovare un comun denominatore, evitiamo di dividerci in maniera profonda”. Quindi, ancora una volta, Orlando può fare da sintesi per superare le divisioni? “Io non ho nessuna particolare propensione a mettermi in competizione, prima dovremmo lavorare sulla cooperazione”. Certo, gli sforzi devono essere fatti da entrambe le parti, secondo Orlando: “Io voglio molto bene a Bersani ma non è che se tutti i giorni va in Transatlantico e parla della scissione aiuta a fare dei passi avanti. Veniamo da una storia di scissioni e non hanno mai portato bene”, ha rimarcato. Con Bersani tuttavia il ministro guardasigilli è d’accordo su una cosa: “Bersani – ha aggiunto – ha detto una cosa che io condivido, cioè che tanta gente se n’è andata e non segue più il Pd. Mi chiederei, se fossi in lui, se questo non sia avvenuto perché i primi contestare le proposte del Pd, sono gli esponenti del Pd. Che deve fare uno che sta casa, vede dal tv o va nei nostri circoli? A un certo punto non si schiera né per l’uno né per l’altro, ci saluta. Io continuerò fino a domenica perché le parti si possano parlare. Non ci possiamo permettere di giocarci più importante per battere la destra”.