La questione, secondo Matteo Renzi, era chiusa. E invece, come da copione, i circa 1,3 miliardi destinati all’Ilva restano ancora lontani da Taranto. Bloccati tra la decisione del tribunale di Milano e le mancate risposte ai giudici svizzeri da parte del paradiso fiscale dove il tesoro dei Riva è custodito. Non solo: martedì mattina il gip Maria Vicidomini ha bocciato l’accordo annunciato dall’ex premier in campagna elettorale per il referendum. Il motivo? “La cifra è inadeguata”, secondo il giudice. Sono troppo pochi i soldi messi sul piatto dai Riva per poter ricevere una sorta di trattamento “morbido” sotto il profilo giudiziario. Insomma: a queste condizioni non si patteggia. La decisione della giudice milanese rischia di “paralizzare” l’intesa, come ha detto un legale vicino alla società, e di avere ripercussioni anche sulla vendita dello stabilimento siderurgico, già in bilico a causa di un errore di scrittura nel decreto varato dal ministero dell’Ambiente lo scorso giugno. “Si è conclusa la negoziazione tra la famiglia Riva e l’Ilva e oltre 1 miliardo arriverà come compensazione grazie al lavoro di tutte le autorità. Questi soldi, alla fine quasi 1,3 miliardi, andranno a risanare Taranto e l’Ilva”, aveva annunciato Renzi durante l’ultimo #MatteoRisponde prima del voto del 4 dicembre.  Il percorso si sta dimostrando nei fatti molto più accidentato di quanto auspicato dall’ex premier, con possibili ripercussioni sulla cessione della società.

Il no del gup ai patteggiamenti – L’aspetto più delicato riguarda i patteggiamenti di Adriano, Fabio e Nicola Riva nell’ambito dell’inchiesta di Milano con al centro il crac del gruppo. Le richieste avanzate dagli indagati – e accolte dai pm Mauro Clerici e Stefano Civardi – sono state ritenute “incongrue” dal gip nella decisione emessa martedì 14 febbraio. Non solo per le pene (Adriano avrebbe accettato 2 anni e mezzo, Nicola 2 anni e Fabio tra i 4 e i 5 anni, in continuazione con una condanna già definitiva) ma anche sotto il profilo pecuniario. Per chiudere i conti con la bancarotta dell’Ilva non bastano 1,3 miliardi, secondo il giudice. Una cifra ritenuta invece sufficiente dai pm che avevano trovato un accordo con gli indagati proprio in funzione dello sblocco del tesoro confiscato, da destinare al risanamento dell’Ilva di Taranto, come stabilito da un emendamento inserito dal governo nell’ultima legge di Bilancio. La decisione del gip è arrivata dopo la richiesta di rinvio avanzata dai legali dei Riva, poiché manca la definizione dell’accordo sul rientro del tesoretto.

I soldi fermi: l’isola di Jersey non risponde alla Svizzera – I soldi, infatti, a prescindere dal “quantum” ritenuto insufficiente dal tribunale, al momento non ci sono. Lunedì il Tribunale federale di Losanna, in Svizzera, avrebbe dovuto esprimersi sull’ok al trasferimento ma è stato costretto a rinviare la decisione al 31 marzo. Il ritardo è dovuto al fatto che i giudici non hanno ricevuto alcuna risposta alle istanze di sblocco avanzate all’Isola di Jersey, dove i soldi sono depositati in un trust. La mancata decisione del tribunale svizzero avrà ripercussioni anche sulla prossima udienza del processo Ambiente svenduto in corso a Taranto. L’1 marzo la Corte d’assiste del capoluogo jonico dovrebbe esprimersi sul patteggiamento dell’ex Riva Fire – attuale Partecipazioni industriali – che è imputata ai sensi della legge sulla per responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. L’accordo, infatti, prevede la confisca del miliardo abbondante custodito nel paradiso fiscale della Manica: ma, senza la certezza che rientri in Italia, i giudici saranno costretti a rinviare l’udienza oppure a stralciare la posizione della società.

Le ripercussioni sulla vendita – Il punto è che quei soldi dovevano servire alla “nuova” Ilva per attuare il risanamento, come già si intuiva alla vigilia di Natale 2014 quando la società finì in amministrazione controllata. L’operazione fu annunciata come un grande successo, nonostante fossero effettivamente disponibili appena 164 milioni, meno del 15 per cento del tesoretto. Si contava di recuperare l’intera cifra, ma ad oltre 2 anni di distanza la situazione è sostanzialmente identica: i soldi non ci sono. E lo stallo rischia di avere ripercussioni importanti sul processo di vendita. Le due cordate interessate al siderurgico – gli indiani di Arcelor Mittal con il gruppo Marcegaglia da un lato; Arvedi con Jindal, Del Vecchio e Cassa depositi e prestiti dall’altro – devono infatti già fare i conti con le difformità tra il decreto varato dal ministero dell’Ambiente nel giugno 2016 e la legge sull’Ilva con i relativi interventi riguardanti l’Autorizzazione integrata ambientale. La “bomba giuridica” – come l’ha definita Il Sole 24 Ore – potrebbe essere tra le cause della proroga per la presentazione delle offerte, il cui termine era originariamente previsto l’8 febbraio. Ora si aggiungono le incertezze riguardanti gli 1,3 miliardi, che i nuovi proprietari dell’Ilva avrebbero dovuto ritrovarsi in cassa per completare il risanamento ambientale del siderurgico. In questo quadro, da marzo – quanto scadranno i contratti di solidarietà per circa 5mila dei diecimila lavoratori impiegati nel siderurgico è stata richiesta la cassa integrazione straordinaria. I sindacati avevano definito la mossa “un assist ai futuri acquirenti”. Ammesso che ci sia una vendita.