Lo scandalo delle cerniere del Mose che dovrebbero salvare Venezia dall’acqua alta non è solo il rischio di corrosione – aggravato dall’uso di materiali non idonei – denunciato da una allarmante relazione tecnica depositata al Provveditorato delle opere pubbliche del Veneto. E’ anche un appalto da 250 milioni di euro che all’epoca in cui imperversava il sistema del Consorzio Venezia Nuova, benedetto e diretto dall’ingegnere Giovanni Mazzacurati, venne assegnato al gruppo Mantovani senza uno straccio di gara. Soltanto in nome di una spartizione del denaro pubblico avvenuta in una terra di nessuno dove le norme della trasparenza e della concorrenza erano state cancellate.

Adesso tutti stanno discutendo dell’elevato rischio che la struttura delle paratie mobili possa collassare, a causa degli effetti dell’ambiente marino sugli acciai, le vernici e i sofisticati meccanismi che sono posti nel cuore del Mose, ovvero le due cerniere per ciascuna delle 78 paratie che formeranno la diga capace di contrastare l’innalzamento dell’Adriatico. In totale le cerniere sono 156 e costano la bellezza di un milione e mezzo ciascuna. In totale fanno circa 250 milioni di euro, un appalto che dal 2010 al 2016 è stato realizzato dalla società Fip di Selvazzano, impresa del gruppo Mantovani che fa capo alla famiglia di Romeo Chiarotto. Mantovani significa Piergiorgio Baita, l’ex amministratore delegato che ha fatto grande l’impresa di costruzioni, ma che è anche rimasto invischiato nello scandalo Mose, come più di vent’anni fa era stato coinvolto nella Mani Pulite veneta che aveva portato all’incriminazione dei ministri Gianni De Michelis e Carlo Bernini.

Ebbene, di quell’appalto non hanno trovato nessuna traccia di gara pubblica i commissari governativi Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo, che da fine 2014 hanno assunto la gestione del Consorzio. La spiegazione è semplice: i lavori non sono mai stati messi in gara, sono stati semplicemente assegnati alla Fip-Mantovani, sicuramente competente per realizzare le cerniere, comunque uno dei soggetti che deteneva una specie di potere assoluto sul Mose. Alla faccia delle norme europee. Eppure la Ue ci aveva a suo tempo provato, aprendo una procedura d’infrazione contro l’Italia per contestare l’assenza di procedura ad evidenza pubblica nella costruzione del Mose. Lavori per almeno 800 milioni di euro, su un costo complessivo di 5 miliardi e mezzo dell’opera, avrebbero dovuto essere messi in gara. In realtà le cerniere della Fip non lo furono e seguirono quei percorsi labirintici consentiti dalla discrezionalità di cui godeva il Consorzio Venezia Nuova.

E’ così che la Fip utilizzò, almeno in una prima fase, l’acciaio prodotto dalla Valbruna di Vicenza e lavorato dalla Focs Ciscato di Velo d’Astico. La relazione di Gian Mario Paolucci, già docente di Metallurgia all’Università di Padova, adesso punta il dito contro la resistenza dei materiali e delle vernici, nonché contro il sistema di protezione catodica della componente-femmina delle cerniere, che è cementata nei cassoni che sorreggono il sistema di paratoie. Alle accuse, Romeo Chiatrotto ha replicato: “L’acciaio è di ottima qualità, l’abbiamo comprato dall’Acciaieria Cividale perché Valbruna e Ciscato all’improvviso avevano alzato il prezzo, ma il nuovo acciaio nei test era addirittura migliore. E abbiamo pagato di tasca nostra la protezione catodica provvisoria”. Piergiorgio Baita, intervistato dalla Nuova Venezia, ha difeso la bontà dei lavori: “La corrosione c’è. Ma è un problema di manutenzione, non di esecuzione dei lavori, fatti al meglio dalle imprese come da progetto. Alcune scelte tecniche sono state fatte dal Consorzio e dai progettisti sopra le loro teste”. Come dire che eventuali colpe vanno cercate nella struttura tecnica del Consorzio.

Insomma, lo scaricabarile è cominciato. Ma il provveditore Roberto Linetti alcuni giorni fa ha dichiarato a ilfattoquotidiano.it: “I cittadini stiano tranquilli, se il materiale impiegato per realizzare le cerniere del Mose non sarà all’altezza delle aspettative, lo Stato si rivarrà, facendo causa, su costruttori e progettisti. Perché la collettività non può pagare errori commessi da altri”. Da parte sua il Consorzio ha precisato che la criticità principale costituita dalla “protezione catodica” degli elementi-femmina per evitare corrosioni non sussiste, poiché “è stata installata una protezione catodica provvisoria in grado di coprire il rischio di corrosione per un arco temporale di 10 anni. A tale protezione provvisoria andrà poi a sostituirsi quella definitiva all’atto della installazione delle paratoie”. Regolare, inoltre, sarebbe la fornitura di acciaio, sia per le cerniere vere e proprie che per i perni.

Quello che Baita non dice è che la Fip prese i lavori senza gara pubblica. E’ quello che i commissari hanno appurato. Le 156 cerniere sono state prodotte in un arco di tempo di alcuni anni, a cominciare dal 2010. Le ultime sono state consegnate a fine 2016 per consentire l’installazione della paratoie che stanno man mano arrivando in Laguna, provenienti dai cantieri di Spalato dove vengono prodotte. Furono dapprima realizzate le parti-femmina (ognuna pesa 26 tonnellate), visto che dovevano essere inserite nei cassoni di alloggiamento di calcestruzzo. Si cominciò con la bocca di porto di Treporti, per proseguire con San Nicolò, Malamocco e Chioggia. Poi sono stati prodotti gli “elementi maschio e cerniera” (del peso di 10 tonnellate ciascuno) e il “gruppo di aggancio-connettore”.

Basta scorrere gli elenchi degli appalti del CVN per verificare come le procedure pubbliche abbiano riguardato solo una minima parte degli appalti. Nel maggio 2011 fu messa in gara la “fornitura della carpenteria metallica per la realizzazione dell’elemento femmina del gruppo cerniera-connettore delle barriere di Lido San Nicolò, Malamocco e Chioggia”, per un importo di 3 milioni e 330mila euro, ma la gara andò deserta. E così Giovanni Mazzacurati, responsabile unico del procedimento, dispose l’affidamento diretto della realizzazione dei 117 elementi-femmina. La fornitura delle sole lamiere per gli elementi maschio di San Nicolò, Malamocco e Chioggia, invece, fu assegnata nel giugno 2013 alla Cimolai spa di Pordenone che su una base d’asta di un milione 635mila euro aveva praticato un ribasso del 3,17 per cento per la fornitura di 126 elementi. Nel 2010 la Ossind spa di Bondeno (Ferrara) si era aggiudicata un appalto da un milione 572 mila euro per fornire elementi metallici per le cerniere di Lido Treporti.

Non c’è altro, perché l’andazzo al CVN era quello di favorire gli affidamenti diretti. La procedura è stata aspramente censurata da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, nel febbraio 2016 quando chiese il commissariamento, quindici mesi dopo quello del Consorzio, anche di Comar scarl, il giocattolino che Mazzacurati, gruppo Mantovani, società Italiana per Condotte d’Acqua e Grandi Lavori Fincosit, avevano inventato per continuare a gestire gli appalti anche dopo l’intervento dell’Unione europea che chiedeva le gare pubbliche. “L’opportuno intervento della Comunità Europea – aveva scritto Cantone – si era chiuso con una sorte di ‘lodo‘; l’organismo sovranazionale, prendendo atto della peculiarità delle opere che avrebbero dovuto essere costruite e anche della circostanza che le leggi che le avevano assentite erano intervenute in presenza di un quadro normativo comunitario ben diverso, non sconfessò i provvedimenti legislativi che avevano costituito il CVN, ma impose che una percentuale di opere dovesse essere appaltata con procedure ad evidenza pubblica. A quel punto il CVN piuttosto che gestire direttamente le procedure di gara pensò di affidarla a una società costituita ad hoc – appunto la Comar – di cui facevano (e fanno) parte tre delle principali imprese consorziate nel medesimo Cvn”. Una vera furbata, scriveva Cantone, perché l’affidamento alla Comar della gestione degli appalti non passò attraverso una gara, ma avvenne con un “affidamento diretto”, ovvero il meccanismo opaco a cui si doveva ovviare.