“I cittadini stiano tranquilli, se il materiale impiegato per realizzare le cerniere del Mose non sarà all’altezza delle aspettative, lo Stato si rivarrà, facendo causa, sui costruttori e sui progettisti. Perché lo Stato non può pagare errori commessi da altri”. Roberto Linetti, provveditore alle Opere Pubbliche del Veneto, non nasconde una certa preoccupazione per i contenuti di una relazione tecnica sulle dighe mobili che dovrebbero salvare Venezia dalle acque alte, ovvero il fatto che le cerniere siano a rischio di tenuta, proprio a causa del materiale impiegato e dell’effetto corrosivo delle maree. “Lo studio era stato commissionato dal mio predecessore, d’intesa con i tre commissari che gestiscono il Consorzio Venezia Nuova (dopo lo scandalo del 2014, ndr). Io me lo sono trovato sul tavolo un paio di mesi fa, visto che sono arrivato a novembre. Ma faremo tutto quanto è possibile per ovviare agli inconvenienti e intervenire su tutti i pezzi che sarà necessario sostituire”.

Le “possibili criticità metallurgiche per le cerniere del Mose” sono state riscontrate da Gian Mario Paolucci, già docente di Metallurgia all’Università di Padova. È stato lui a indicare come il sistema che collega le dighe mobili al manufatto in cemento che è stato inabissato alle bocche di porto presenti una probabilità di rischio molto alta, in una forbice che va dal 66 al 99 per cento. All’Espresso ha parlato di una “seria probabilità che la corrosione provochi danni strutturali e dunque il cedimento della paratoia”. Si è detto anche convinto che la “protezione offerta dalla vernice non sia totale”. Punto critico, in particolare, sarebbe il “connettore femmina” del sistema, come spiega il provveditore Linetti: “Banalizzando si può dire che le cerniere sono composte da un maschio, una femmina e una parte che li collega. Tutti e tre sono fatti, secondo quanto sta emergendo, di materiale non adatto. E quindi si potrebbe rendere necessario sostituirli con ‘super duplex‘, un particolare acciaio inox”.

Tutto così facile? “Per la parte-maschio e per la parte di collegamento basta sostituire i componenti – spiega il provveditore – mentre il problema è costituito dalla parte-femmina che è cementata nei cassoni sott’acqua. È vero che esiste un sistema elettrolitico che serve ad evitare le corrosioni, ma non è mai stato verificato se funziona correttamente”. Questo è il nocciolo della questione, aggravata dal fatto che la protezione garantita dalle vernici non sarebbe totale. Ma si tratta di un materiale diverso da quello usato in fase di sperimentazione? “No il materiale è come era stato progettato. Ma visto che non si sta comportando come previsto, allora d’intesa con i commissari del Consorzio dovrà essere avviato un piano di manutenzione programmata”. In sostanza, costi aggiuntivi, ammesso che il sistema elettrolitico funzioni come deve per i prossimi cento anni, ovvero la vita stimata del Mose.

“Non siamo in grado di conoscere quali saranno i costi. Lo verificheremo man mano che il problema si porrà e se emergeranno maggiori spese, ci rivarremo su costruttori e progettisti. Lo Stato non può rimetterci. È possibile che, a causa della corrosione, le sostituzioni di alcuni pezzi anziché ogni cinque anni debbano avvenire ogni tre anni”. Questi inconvenienti allungheranno i tempo per l’entrata in funzione del Mose, annunciata dal ministro Graziano Del Rio per il giugno 2018? “Ancora non lo sappiamo”.

Sull’opera aleggiano, quindi, tanti dubbi e interrogativi. Ad esempio, come ha rivelato mesi fa ilfattoquotidiano.it, i costi di manutenzione sono in parte sconosciuti, visto che potrebbero arrivare anche a 80 milioni di euro all’anno, mentre all’inizio la stima si attestava sui 20 milioni di euro. E pensare che l’opera di dighe mobili è già costata 5 miliardi e mezzo di euro, diventando una gigantesca mangiatoia per politici e funzionari, come ha dimostrato l’inchiesta della procura di Venezia, con decine di arresti eccellenti. E proprio tra gli indagati ci sono alcuni personaggi che hanno a che fare con le controverse cerniere. Ad esempio Piergiorgio Baita, già amministratore delegato del gruppo Mantovani, che controlla la Fip, la società che ha realizzato le prime cerniere saldate del Mose.