Hanno provato a infilarla ovunque, nascosta nelle pieghe di provvedimenti che con lo sport non avevano nulla a che fare. Prima nella manovra (alla voce sport e giovani), poi nel decreto fiscale, infine nel Salva-risparmio (con un emendamento a una legge sullo sport dilettantistico). Non hanno mai spiegato: il progetto, le voci di spesa e come i soldi pubblici sarebbero stati impiegati, con la trasparenza come optional neanche preso in considerazione. Sono stati scoperti, sempre. E il tentativo è stato rispedito al mittente, per il merito ma soprattutto per il metodo. Ora, quando il tempo per salvare capra e cavoli è quasi scaduto, la buttano in politica: colpa dei populismo, del partito del “no tutto”, dei disfattisti. E invece se la garanzia statale da 97 milioni di euro per la Ryder Cup di golf è stata bloccata ieri dal presidente del Senato Pietro Grasso e prima ancora dalla Commissione finanze della Camera, la causa è molto chiara: la strada da percorrere era sbagliata. Serviva un’iniziativa alla luce del sole, un disegno di legge ben spiegato. Organizzatori, FederGolf, ministri, premier ed ex premier lo hanno capito solo ora, con colpevole ritardo. Rimedi? Cambiare strategia, all’ultima curva di un percorso compromesso da scelte sbagliate e arroganza di palazzo e di potere.

“Adesso la Ryder Cup è davvero a rischio”. Dall’altra parte del telefono c’è chi sin dall’inizio ha scommesso sull’edizione italiana del torneo di golf più importante al mondo. Risponde alle domande del fattoquotidiano.it, vuole rimanere nell’anonimato ed è molto preoccupato: sa, infatti, che senza la famosa garanzia governativa l’Italia è ad un passo dal perdere la manifestazione che si dovrebbe tenere (condizionale d’obbligo a questo punto) nel 2022 a Roma. Cosa che, dal punto di vista del mondo del golf, è una mezza tragedia. I 60 milioni già nascosti e approvati nella legge di Bilancio non bastano: secondo quanto apprende ilfattoquotidiano.it, lunedì 13 febbraio scade il tempo a disposizione del Comitato organizzatore per presentare alla società detentrice dei diritti della manifestazione la copertura economica totale dell’evento. Una copertura che al momento non c’è e che rappresenta la conditio sine qua non posta dagli inglesi al momento dell’assegnazione. A questo punto il Milleproroghe, in chiusura in questi giorni al Senato, diventa l’ultimo treno su cui il governo tenta di salire, dopo aver tentato di infilare di nascosto questa garanzia in una serie di provvedimenti degli ultimi mesi. Ma i tempi e i margini di manovra sono strettissimi, e all’interno degli stessi ambienti federali è maturata la consapevolezza che “c’è una percentuale molto alta di possibilità che il torneo non si faccia più da noi”.

IL PUNTO DI VISTA DEI GOLFISTI – Mercoledì mattina, quando in aula Grasso ha spiegato che l’emendamento firmato dal senatore Turano è inammissibile perché il decreto “serve per tutelare i risparmiatori e non i golfisti o gli organizzatori delle manifestazioni golfistiche”, alla FederGolf è crollato il mondo addosso. Immediatamente sono iniziate le telefonate incrociate tra il Comitato organizzatore, il Coni e il ministero dello Sport: non si aspettavano l’ennesima bocciatura, la terza dopo lo stralcio dalla manovra e dal decreto fiscale per l’opposizione del deputato dem Francesco Boccia alla Camera. Anche perché al Senato tutto sembrava essersi risolto, dopo l’ok della Commissione Finanze. La dichiarazione di inammissibilità è stata un fulmine a ciel sereno, di cui i diretti interessati non hanno nemmeno compreso subito la portata. In Federazione e all’interno del governo pensavano di avere più tempo: infatti avevano già cominciato a ragionare sull’ipotesi di presentare un ddl ad hoc in parlamento, come confermato anche dalle prime dichiarazioni a caldo del presidente Chimenti a Repubblica.it (poi parzialmente ritrattate). Invece adesso siamo alla corsa contro il tempo, come ammette persino il ministro dello Sport, Luca Lotti: “Mi dispiace ma a questo punto vedo la strada un po’ più in salita”.

GLI INGLESI ASPETTANO LA SCADENZA – Lunedì 13 febbraio il Management Board della Ryder Cup Europe si riunirà in Inghilterra: aspetta dal Comitato organizzatore la presentazione dei documenti, comprese tutte le garanzie economiche che sono state sottoscritte nel contratto. A quanto risulta a Il Fatto.it, quel documento prevede, nero su bianco, l’impegno dello Stato italiano per un totale di 157 milioni di euro, la cifra esatta a cui ammonta il business plan dell’evento: 60 milioni di euro (i contributi pubblici che serviranno per triplicare il montepremi dell’Open d’Italia) ci sono, gli altri 97 no. La garanzia è vincolante e la scadenza non più derogabile: per questo adesso è davvero possibile, per non dire probabile, che l’edizione del 2022 salti definitivamente. Contattati da ilfattoquotidiano.it, dall’Inghilterra per il momento preferiscono non sbilanciarsi: “Siamo in costante contatto con la Federazione dal giorno dell’assegnazione e continueremo ad esserlo. Non abbiamo altro da aggiungere” sono le uniche dichiarazioni ufficiali della Ryder Cup Europe, che lascia aperto uno spiraglio. Ma il governo dovrà correre ai ripari entro lunedì. Anzi, prima.

DOPO I TENTATIVI TRUFFALDINI IL GOVERNO TENTA LA CARTA-DISPERAZIONE – L’ultimo strumento normativo in cui provare a reinserire la garanzia è infatti il Milleproroghe, che però è in dirittura d’arrivo al Senato: il termine per la presentazione degli emendamenti da parte dei senatori è già scaduto, fino a giovedì 9 febbraio possono ancora essere depositate proposte di modifica da parte del governo o del relatore (il senatore Stefano Collina, renziano doc). L’esecutivo sembrava poco orientato a percorrere questa strada, per evitare altre figuracce e non urtare la sensibilità della presidenza che si è già pronunciata negativamente (anche perché anche qui ci sarebbero gli estremi di inammissibilità, e le opposizioni sono ormai sul piede di guerra). Ma a questo punto non sembrano esserci alternative (difficile ipotizzare un decreto d’urgenza ad hoc) e il governo potrebbe fare un ultimo tentativo: “Ci proveranno ancora”, si dice nei corridoi di Palazzo Madama. In Federazione, invece, hanno deciso di convocare una conferenza stampa d’emergenza per provare a spiegare all’opinione pubblica cosa accadrà. Nell’ordine: che la garanzia non verrà toccata grazie agli accordi con Infront e altri sponsor, che lo Stato guadagnerà dalla manifestazione 83 milioni di euro solo di contributi fiscali e che le varie iniziative previste a favore dei giovani faranno bene a tutto il movimento. Tutto quello che non è stato fatto fino ad oggi, e che qualcuno forse adesso si è pentito di non aver detto prima. La mossa della disperazione per cercare di ottenere il via libera alla garanzia entro il fine settimana, dopo mesi di silenzio e di nessuna trasparenza: sia da parte della politica (che ha infilato le misure pro Ryder Cup in tutte le occasioni possibili e immaginabili) che dagli organizzatori, che non hanno mai risposto alla richiesta di spiegazioni sul progetto. “Non si neghi questa opportunità al nostro Paese solo per una inutile rincorsa al populismo” è l’appello del ministro Lotti. “Qui non è che il golf vuol vincere la candidatura: è già stata acquisita con impegni già presi. A meno che il Paese non voglia fare una figura che si commenta da sola, non dobbiamo aggiungere altro” precisa il numero uno del Coni, Giovanni Malagò.

Se così non sarà, lunedì il comitato organizzatore scriverà una lettera piena di imbarazzo al Board della Ryder Cup, in cui spiegherà che al momento non è stato possibile trovare la copertura governativa per tutte le risorse indicate nel progetto. E proverà a chiedere tempo per rivolgersi ad un altro ente bancario. Ma a quel punto gli inglesi (che pretendono l’impegno diretto dello Stato, e non accettano fidejussioni private) potrebbero davvero decidere che assegnare l’edizione del 2022 all’Italia è stato solo un grosso errore, portando altrove il torneo di golf più prestigioso (e più caro) al mondo. Con grande disagio di chi doveva gestire la questione alla luce del sole e invece ha preferito i giochi di palazzo e di potere.

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