Appena si è diffusa la notizia che, non avendo artisti in gara, quest’anno il Maestro Peppe Vessicchio non sarebbe salito sul palco dell’Ariston, sui social si è scatenato l’inferno: appelli, petizioni, addirittura è stato riproposto l’hashtag #usciteVessicchio, diventato virale durante la passata edizione del Festival. Perché ormai il pubblico vede in Vessicchio un riferimento, una presenza familiare, anche per la sua capacità di non prendersi troppo sul serio. Comunque in questi giorni il Maestro non si annoierà di certo: in programma ha infatti le presentazioni di un cd di musica da camera e del libro La musica fa crescere i pomodori (Rizzoli, pp. 238, euro 17), da lui scritto con la complicità di Angelo Carotenuto. Si tratta di un saggio pop sul potere della musica sugli organismi viventi, in cui racconta i suoi esperimenti musicali con le piante, ma anche di una divertente autobiografia piena di storie e curiosità sulla sua carriera e sul Festival di Sanremo.

Maestro, nel suo libro scrive: “Il Festival è un animale strano”. Perché?
Perché ha avuto una sorta di mutazione genetica nel corso del tempo. In origine proponeva canzoni napoletane, perché Sanremo era un luogo di turismo internazionale e l’emblema della musica nel mondo era la canzone napoletana. Poi venne l’idea di promuovere la canzone italiana: ogni artista cantava più canzoni, puntando sulla bellezza della composizione, quindi quello che restava era il brano in gara. Nell’arco del tempo, tra cadute e risalite varie della kermesse, sono passate in primo piano le vendite a scapito del valore della canzone. Fino a diventare ciò che è adesso: uno spettacolo televisivo. Oggi l’obiettivo principale è quello di fare uno show che abbia presa sul pubblico. La musica diventa strumentale a questa condizione. Capisco l’esigenza di fare i conti con la modernità, ma bisogna imparare a governare le cose, a non subirle.

Il suo primo Sanremo nel 1986 con Zucchero.
Sì, lui presentava Canzone triste. All’epoca non c’era l’orchestra e i cantanti si esibivano con le basi. Così portavano un musicista di fiducia che ascoltasse la loro esibizione dalla regia per verificare il reverbero sulla voce, il livello della base e altri aspetti tecnici. Avevo collaborato alla chiusura del disco di Zucchero, così lo accompagnai a Sanremo e vissi il momento del suo rilancio.

Poi nel 1990 tornò l’orchestra e arrivò la sua prima direzione al Festival.
Accompagnai Mia Martini, che presentava La nevicata del ’56, e Mango. Ora le racconto una cosa che non tutti sanno: l’orchestra a Sanremo è tornata grazie a Gino Paoli. Nel 1989 Adriano Aragozzini lo invitò a partecipare, Paoli accettò, ma chiese di suonare il proprio pezzo dal vivo, anche con pochi musicisti. La commissione ritenne che la diversità della condizione avrebbe tolto equilibrio alla gara, svantaggiando gli altri artisti. Così gli fu impedito e Paoli minacciò di andarsene. Aragozzini gli chiese di non farlo, promettendogli che avrebbe introdotto l’orchestra dall’anno successivo. Così nel 1990 sono arrivato sul palco dell’Ariston.

Quali sono state le collaborazioni sanremesi più stimolanti?
Ho avuto un bellissimo incontro artistico con Elio e le Storie Tese. La terra dei cachi e La canzone mononota sono due ‘divertimenti musicali’ che ovviamente può permettersi solo chi con le note sa fare il triplo salto mortale, riuscendo anche a giocarci. Loro sono così e hanno offerto anche a me una bellissima opportunità di scherzare. Poi ci sono stati gli Avion Travel, con i quali sono riuscito a calarmi in una dimensione a me congeniale. Nel 1998 portarono al Festival Dormi e sogna, canzone bellissima che, per diventare regale, aveva bisogno di un bel ‘vestito’ sonoro. E io sono contento di esser riuscito a cucirglielo addosso.

Memorabile il suo ‘pronti, partenza, via’, seguito dal gong, sull’attacco de La terra dei cachi nel 1996. È la sua autoironia che l’ha portata a entrare nel cuore della gente?
Oscar Wilde diceva che, se non sai ridere di te stesso, ci pensano gli altri a farlo di te. Sono convinto che la grande cultura non debba diventare un elemento di separazione. Umberto Eco sosteneva che uno dei compiti fondamentali di un operatore culturale, quindi il musicista, il presentatore, il giornalista, è di far diventare colto il popolare e il popolare colto, perché solo quando queste due condizioni sono collegate tra loro in maniera armonica noi abbiamo veramente un progresso. Sarebbe bello poi riuscire a trasferire i valori importanti del passato, per costruire un futuro in cui i nuovi artisti facciano tesoro di quello che c’era e aggiungano quello che il mondo di oggi richiede.

Parliamo dei suoi esperimenti musicali con le piante. Come sono iniziati?
Vivevo un momento di crisi, non riuscivo a concepire che si facesse musica per un target: quella per i giovani, quella per i vecchi, quella per i colti e quella per gli ignoranti. È una compartimentazione che non mi è mai appartenuta. Così quando lessi che le mucche producevano più latte ascoltando Mozart o un’altra musica, mi affascinò la possibilità di indagare la relazione tra la musica e gli organismi viventi. Non avevo a disposizione le mucche, così cominciai con le piante. Gli esperimenti sono iniziati in casa.

Poi c’è stata un’evoluzione.
Sì, un giorno, mentre mi trovavo a Copertino, in Puglia, per un Festival musicale, conobbi un produttore di pomodori e gli lanciai l’idea di fare questo esperimento con le sue piante. Mi mise a disposizione una serra e scoprimmo che i pomodori traevano benefici dalla musica proposta in filodiffusione continua. Altri otto agricoltori hanno deciso quindi di abbracciare questo progetto, che abbiamo esteso anche a zucchine, melanzane, fragole. Le alimentiamo con acqua e musica. Stiamo sperimentando poi l’uso di frequenze al suolo per una sorta di accordatura del terreno. Abbiamo anche aperto una collaborazione con l’Università di Firenze.

Qual è la musica preferita dai pomodori?
Mozart funziona su tutto. Adesso vogliamo verificare gli effetti per differenze di tonalità, ma siamo ancora in una fase di sperimentazione.