Costruire una relazione di coppia significa costruire una forte interdipendenza affettiva con l’altra persona, e con questa la percezione dell’esclusività nel rapporto. In una relazione sentimentale si costruisce soprattutto un sentimento di reciproca esclusività e un modo stabile di percepirsi.

Mettersi insieme e separarsi possono essere processi lunghi e complessi. Più il rapporto è importante, più la separazione è difficile e emotivamente faticosa. Ancora più faticosa quando il rapporto è particolarmente esclusivo e la chiusura arriva improvvisa e inaspettata per la morte prematura dell’altro, come è successo a Fabio Di Lello che ha perso l’amata moglie in un incidente stradale.

Come ha evidenziato Murray Parkes nelle sue ricerche, la difficoltà maggiore dopo la morte di un coniuge è legata alla ridefinizione del proprio ruolo, verso se stessi, verso l’ambiente circostante, verso la società. Tutta la vita, passata e futura, ha ora un significato diverso anzi, ha perso il suo significato e il suo scopo. Spesso rimane la percezione della presenza del coniuge scomparso a sostegno del momento difficile.

Parkes (1972) e John Bowlby (1980) hanno messo in evidenza come il lutto sia un processo con delle basi biologiche, costituito da una serie di manifestazioni che possono fondersi, sovrapporsi, oscillare nella loro successione, ma che rimangono comunque riconoscibili, al di là della cultura di appartenenza.

La prima fase “dello stordimento e dell’incredulità”, può durare da alcune ore ad alcuni giorni, in cui non si riesce a realizzare e accettare la perdita, è una fase in cui momenti di dolore sono alternati a momenti di collera.

La seconda fase “della ricerca”, può durare mesi o, nelle situazioni più difficili, anni, in cui si passa dall’irrequietezza alla paura, dall’insonnia alle allucinazioni, ci si arrabbia con se stessi per non aver evitato la perdita, con il defunto per essersene andato, con qualcun altro a cui si possono attribuire in maniera più o meno realistica colpe e responsabilità, si ricerca la persona nei luoghi in cui era più facile trovarla o in quello dove si ritiene che sia ora (la tomba).

Nella terza fase di “disorganizzazione”, c’è la rassegnazione, l’accettazione della perdita, prevale la disperazione.

Se il lutto è riuscito a completare il suo corso si arriva alla quarta fase della “riorganizzazione” con la costruzione di un nuovo progetto di vita.

La reazione alla morte di una persona cara ha inizialmente, la stessa forma della reazione alle separazioni, in caso di rottura della relazione sentimentale: soprattutto la ricerca e la rabbia sono, dal punto di vista dell’attaccamento, reazioni finalizzate a recuperare la vicinanza della persona amata e scoraggiarne un ulteriore allontanamento: la perdita definitiva è meno frequente delle separazioni a cui siamo sottoposti nella vita perciò, il sistema risponde in maniera automatica a tutte le separazioni come se fossero comunque reversibili.

Accettare la perdita come definitiva e sopportare il dolore che l’accompagna sembrano essere gli elementi indispensabili affinché il lutto possa fare il suo corso, chi sopravvive deve revisionare l’immagine di sé e della sua vita, cambiare comportamenti, atteggiamenti e progetti legati alla persona scomparsa, deve “ricostruirsi” senza l’altro.

E’ un processo lungo e doloroso che può tardare a iniziare anche in funzione di quanto sia stato assoluto il rapporto che si è interrotto, di quanto sia stato improvviso l’evento che ha portato alla separazione, di quanto fosse prevedibile. Nel caso di Fabio non lo era. Il rapporto con Roberta da quanto si legge, aveva assunto una forma quasi totalizzante, Fabio aveva fatto scelte importanti, rinunciato ad altri progetti per vivere il suo rapporto con Roberta e costruire con lei una famiglia, erano diventati inseparabili e riservati, secondo gli amici, perché si bastavano. Avevano creato una distanza tra loro stessi e gli altri.

La morte di Roberta ha interrotto tutto e lasciato un vuoto enorme, un vuoto affettivo, progettuale, di identità. La fisiologica rabbia di fronte alla perdita, il senso di ingiustizia per il dolore subito e per come sono accadute le cose, sono diventati un progetto di vendetta che forse ha ridato temporaneamente consistenza a quel vuoto e placato temporaneamente il suo dolore.