Dal silenzio sul caso Pizzaballa a generiche frasi contro la violenza: il Papa sussurra invece di gridare
Poche cose fanno rumore quanto il silenzio, lo spiega bene lo psicoanalista Egon Molinari nel suo libro Il silenzio in analisi. In questi giorni sia chi assegna al Papa un primato spirituale, sia chi ne riconosce laicamente l’autorità politica in qualità di capo di uno Stato, non può non aver avvertito il fragore di un debole dire in due momenti ravvicinati, quasi speculari nella loro gravità.
È stata pesante l’umiliazione inflitta al cardinale Pizzaballa, esiliato dal Santo Sepolcro nella Settimana pasquale. Pizzaballa, l’uomo che, mentre le divisioni avanzavano nella loro opera di distruzione, ebbe la forza di dire: “Io da qui non me ne vado”. Un hombre vertical, che ha incarnato alla lettera il Vangelo andando là dove si soffre, dove c’è morte, distruzione e dove la speranza si spegne sotto il fuoco dei fucili. Un sacerdote determinato a stare dentro la ferita invece di contemplarla da lontano. Come il precedente pontefice che, invalido, non faceva mancare la sua telefonata serale alla parrocchia di Gaza.
A seguito di questa estromissione, poi riparata in cauda con una corsa a salvare la faccia da parte del governo di Israele, cattolici e laici non hanno sentito proferire verbo dalle mura leonine. Quella stessa voce forse un po’ flebile che ha accompagnato la sistematica triturazione dei corpi inermi, il massacro dei bambini, le scuole sventrate, gli ospedali colpiti, in una guerra unilaterale scatenata da un presidente americano, alleato con un criminale di guerra ritenuto tale dalla Corte internazionale penale, che ha esteso al Libano il medesimo paradigma già imposto a Gaza. “Li stiamo massacrando”, affermava felice il primo, circondato da una sorta di delirio confessionale di pochi adepti, proprio mentre al porporato veniva sbarrata la porta del sepolcro.
In Psicologia delle masse e analisi dell’Io Freud descrive il panico come l’onda che sommerge e disarticola la massa nel momento in cui il suo referente vacilla, quando il capo cade da cavallo. Finché egli resta saldo, la massa tiene; quando barcolla, quando appare privo di parola, di forza o di direzione, il legame si allenta, l’ordine simbolico si spezza e ciò che teneva insieme si rovescia in angoscia, dispersione, sgomento.
Dunque, mentre Trump incarna alla lettera questa posizione, avvitando la propria immagine in un tripudio di esposizione mediatica sostenuto da un ‘ Dio lo vuole’, dal Vaticano non abbiamo sentito una parola all’altezza della barbarie. Non una collera dopo lo stop all’ingresso.
Il pontefice, affacciandosi al balcone in quei giorni, pronuncia invece una lunga, generica ed acefala condanna della “violenza in quanto tale”: frasi generiche, banali, del tipo “la violenza va fermata, va condannata”, e simili. Ciò che può dire l’uomo della strada. E qui la domanda si impone, bruciante: a chi parliamo quando parliamo? E soprattutto: in nome di chi prendiamo la parola? Un Papa è chiamato, se ancora quella carica significa qualcosa, a nominare il male, a distinguerlo dal bene, a separare l’aggredito dall’aggressore, a portare nella storia una parola che non sia mero fiato amministrativo, ma giudizio.
Nel caso del successore di Pietro il compito è tremendo. Per i credenti egli è il Vicario di Cristo; per i laici, un sovrano, un’autorità morale, una figura che viene udita ben oltre i confini ecclesiali. In entrambi i casi, la sua parola è, o dovrebbe essere, un verbo ricevuto e trasmesso. Nelle fasi della liturgia sempre ritorna il “fatelo in nome di Dio”, taglio che evidenzia e impone una posizione di subordinazione a testi che per molti sono sacri. Il Papa è, o dovrebbe essere, il portatore di un messaggio del quale egli è diffusore.
Ma è proprio qui che avviene la frattura. L’uomo si sovrappone alla funzione. Il carattere mite sostituisce il mandato. Egli parla con un generico buonsenso, senza puntare alcun dito verso chi ha estromesso un suo emissario. Non da un luogo qualsiasi, ma laddove la storia vuole che Gesù diede il via alla costruzione di quella ecclesia che sia Leone sia Pizzaballa servono con la parola e le gesta.
Il silenzio, quando proviene dalla Cathedra Petri, è scelta rumorosa. Lo dico da laico, lo pensano molti credenti.
Tanti, vedendolo affacciarsi al balcone, si sarebbero aspettati maggior vigore. Allo stop imposto a Pizzaballa, il mondo cattolico tutto auspicava uno strapparsi le vesti alla Caifa. Invece, nulla. Così come, dopo le immagini dei corpi dei bambini uccisi e ammassati, ci si attendeva un richiamo al monito: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli…”. Invece nulla. O quasi. Solo il fiato tiepido di una diplomazia buonista e priva di quel coraggio che un soglio come quello pontificio esige. E allora, da laico, mi domando: in nome di quale Cristo parla un Papa che sussurra quando dovrebbe gridare?