“Quasi ogni notte veniva a prendermi per violentarmi e questo è successo per tutto il periodo in cui sono stata lì”. Se non riuscivano a pagare tutte le migliaia di dollari chieste per la traversata sulle carrette del mare venivano torturati, violentati, a volte uccisi. Scariche elettriche e botte. Niente cibo o cure mediche. In qualche caso, hanno raccontato alcuni, i pestaggi si sono trasformati in omicidi. Non c’era alcuna differenza tra un lager e il centro illegale di raccolta migranti in Libia di Bani Walid, nel distretto di Misurata, gestito da alcuni trafficanti di uomini, tra cui spicca il nome di Osman Matammud, la cui storia fatta di viaggi infernali, presunti orrori e stupri arriva fino a Milano. E’ proprio qui, infatti, che il 26 settembre scorso questo somalo di 22 anni è stato fermato dalla Polizia locale. Il provvedimento nei suoi confronti era scattato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma da oggi Matammud (che da settembre si trova nel carcere di San Vittore) è destinatario di un’ordinanza d’arresto firmata dal gip Anna Magelli per quattro omicidi commessi nel campo, per il sequestro a scopo di estorsione di centinaia di somali, per le violenze sessuali su decine di donne. I pm hanno chiesto l’autorizzazione a procedere al Ministero della Giustizia per i reati commessi all’estero. Durante le indagini portate avanti dai pm Luca Gaglio e Marcello Tatangelo sono state raccolte decine di testimonianze di chi lo ha conosciuto personalmente e ne è emerso un racconto disumano che ha spinto il procuratore aggiunto della Dda, Ilda Boccassini, a dire che “in 40 anni di carriera non ho mai visto un orrore simile”.

Al suo arresto a Milano si è arrivati grazie a una decina di migranti, tra loro anche due ragazze minorenni (una delle due è stata, anzi, la prima a riconoscerlo) che sarebbero state da lui stuprate nel centro di raccolta in Libia. Matammud è stata fermato a settembre nei pressi della stazione Centrale perché alcuni somali, ospiti del vicino ‘hub’ di via Sammartini, lo hanno riconosciuto e volevano linciarlo. Tutte le vittime dell’uomo – che gestiva nel centro libico anche “una stanza delle torture” – come evidenziato dagli stessi pm, sono anche loro somali, a cui l’organizzazione di trafficanti ha chiesto 7mila dollari a testa per il viaggio fino in Europa (dalla Somalia all’Etiopia poi in Sudan e in Libia fino in Italia).

Davanti ai magistrati una vittima ha ricordato che Matammud veniva a prenderla “quasi ogni notte per violentarmi, forse capitava che poteva saltare una notte, e questo è successo per tutto il periodo in cui sono stata lì e quindi anche dopo che i miei genitori avevano mandato i soldi”. Un altro ragazzo, ospite del centro libico per un mese, dal febbraio al marzo 2016, ha raccontato di essere stato “picchiato con calci e pugni, con delle sbarre di ferro e dei bastoni” e che Matammud “era un sadico”.

I migranti, come chiarito dai pm in una conferenza stampa in Procura, nel “lager” libico – un capannone sorvegliato da guardie armate (dormivano tutti a terra, c’era un solo bagno) – venivano sottoposti a violenze terribili “perché facessero arrivare al più presto tutti i soldi da loro richiesti”. Chi non pagava alla fine veniva ucciso “anche a botte”, perché “diventava solo un costo e le salme venivano lasciate in vista come ammonimento“. Ma le violenze erano anche “gratuite” e nei confronti di chi già aveva pagato.

Soprattutto “le donne, infibulate, venivano stuprate anche prima della partenza”, ha spiegato il pm Tatangelo. Matammud, poi, “torturava personalmente, anche con scariche elettriche”. Le violenze, oltre che da alcuni fotogrammi, sono state accertate anche con relazioni medico legali. La permanenza nel lager per i migranti poteva durare “dai 2 ai 7-8 mesi e comunque dopo un anno, se non pagavano, venivano uccisi”.

Dai racconti e dalle indagini emerge che l’uomo avrebbe torturato nel campo “per almeno un anno” e agli inizi di settembre sarebbe arrivato in Italia, raggiungendo prima Firenze e poi Milano (la sera prima di essere fermato). Sarebbe partito dalla Libia, come chiarito dai pm, forse per contrasti con l’organizzazione o per “seguire la fase successiva del trasporto dei connazionali”.

Alcuni dei migranti verranno ascoltati anche in un incidente probatorio, alla presenza del presunto torturatore, venerdì prossimo, 20 gennaio. I pm hanno deciso anche di diffondere la foto dell’uomo perché “altri somali arrivati in Italia o anche già andati in altri Paesi possano fornire altre testimonianze per arrivare anche a smascherare la rete” e l’organizzazione per cui lavorava l’arrestato, che in Libia gestiva un vero e proprio “campo di concentramento“, come lo ha descritto il pubblico ministero Tatangelo.