È Capodanno 2012. I banchieri di Morgan Stanley brindano a champagne perché i rischi sull’Italia sono scesi da 4,9 a 1,5 miliardi in tre giorni. Che cosa è accaduto? La banca americana ha “dato esecuzione ad alcune modifiche relative alla ristrutturazione di contratti derivati”. E l’Italia, all’epoca governata da Mario Monti, ha sborsato circa 3,4 miliardi senza battere ciglio. La cifra è da capogiro e da sola potrebbe finanziare la ricostruzione di Amatrice e Accumuli. Ma, in realtà, rappresenta una goccia nel mare se confrontata 47 miliardi di potenziale esborso stimato fra il 2011 e il 2021 per tutti i derivati sottoscritti dallo Stato italiano. Si tratta di una enorme quantità di denaro su cui il giornalista dell’Espresso Luca Piana ha voluto far luce con il suo nel libro-inchiesta La Voragine (edizioni Mondadori), che racconta “La folle scommessa dei derivati di Stato. I contratti segreti con le banche. Il buco nei conti pubblici di cui nessuno parla”.

In 168 pagine, La Voragine ripercorre all’indietro la storia spiegando perché lo Stato italiano ha sottoscritto questi onerosi contratti e quali sono gli effetti per le tasche degli italiani. Emergono inoltre personaggi chiave, segreti, misteri e giochi di potere che ruotano attorno a “una scommessa – fatta dal Tesoro – sull’andamento dei tassi d’interesse”. “Ma un governo, uno Stato, può scommettere i quattrini dei propri cittadini? Può anche soltanto esporsi al sospetto di aver tentato di speculare?”, si domanda Piana ripercorrendo le tappe che hanno portato lo Stato a sottoscrivere quelle che il finanziere Warren Buffett chiama “armi finanziarie di distruzione di massa”. Prima ancora di essere una scommessa, un derivato è uno strumento di copertura dai rischi le cui clausole però, nella migliore delle ipotesi, non sono state adeguatamente soppesate dal ministero delle Finanze.

Già dai tempi di Dini: “Nel gennaio 1994, il Tesoro aveva firmato il contratto con Morgan Stanley che ben 18 anni più tardi provocherà all’Italia il terribile salasso di 3,4 miliardi di dollari del Capodanno 2012 – ricorda Piana – Si trattava di una specie di accordo «ombrello» sotto cui far ricadere tutti gli specifici derivati che le due parti faranno negli anni successivi. È in questo accordo quadro, dunque, che compare una clausola che, dopo i fatti del 2012, farà discutere a lungo. Si tratta di una specie di via d’uscita garantita alla banca; se le condizioni di mercato sono favorevoli all’istituto, che in termini di flussi d’interessi ci sta guadagnando più di una certa cifra, Morgan Stanley può esigere la chiusura di tutti i derivati che ricadono sotto l’accordo, esigendo il pagamento immediato dei profitti. Badate bene: questa clausola vale solo per la banca”. Non anche per il Tesoro che, infatti, paga non appena Morgan Stanley batte cassa. La vicenda fa scalpore. A poco e nulla valgono le spiegazioni dei vertici dell’amministrazione pubblica: “Si era tentato di modificare tale accordo (…) ma la controparte aveva sempre rifiutato di intavolare una discussione in tal senso”, spiega Maria Cannata, responsabile della direzione debito pubblico del Tesoro. Non solo. Quando il Movimento 5 Stelle chiede di poter prendere visione dei contratti, viene rispedito al mittente perché gli atti sono “top secret”.

Intanto a Trani, il pubblico ministero Michele Ruggiero mette sotto inchiesta le agenzie di rating Standard & Poor’s e Fitch, che con i loro giudizi avrebbero messo sotto pressione i tassi facendo quindi scattare la clausola a favore di Morgan Stanley. Nella piccola procura pugliese sfilano così ministri, funzionari banchieri che danno la loro versione dei fatti. Quando il pm chiede a Mario Monti se è vero se è vero che, da premier, ha pagato 2,5 miliardi a Morgan Stanley (la cifra vera è però 3,1 miliardi), lui dichiara che non è “ in grado di dare una risposta”. Dalle carte, si scopre poi che fra il Tesoro e la banca c’era un accordo di assoluta segretezza sull’avvenuto pagamento da parte dell’Italia. Un patto violato provocando le ire della Cannata che spiega come Morgan Stanley “da noi non ha preso più un mandato”. E poi racconta anche come fu il ministro Siniscalco a concludere i contratti per conto dello Stato italiano. Salvo poi pretenderne il pagamento una volta entrato nei ranghi dell’istituto statunitense.

Per le casse pubbliche tutti i derivati sottoscritti dal Tesoro con diverse banche d’affari sono un vero e proprio salasso: circa 23,5 miliardi, con una media di 4,7 miliardi l’anno, solo fra il 2011 e il 2015. Senza contare poi che “per il periodo che va dal 2016 al 2021 stiamo parlando di oltre 24 miliardi di euro. Se a questo conto si somma l’esborso di 23,5 miliardi già sostenuto per il periodo 2011-2015, ne risulta un totale superiore ai 47 miliardi di euro in undici anni – spiega Piana – Una cifra enorme, che in parte è già uscita e in parte uscirà dalle casse dello Stato per beneficiare le banche che hanno sottoscritto i derivati con il Tesoro”. E pensare che il costo di un solo anno di derivati basterebbe e avanzerebbe all’Italia ad evitare la manovrina che ci sta chiedendo adesso la Commissione Europea.