Il rimedio è la povertà” scriveva Goffredo Parise, nel 1974. Ma se lo diceva allora, (quando le auto erano poche, le piazze ancora vivibili, i grandi centri commerciali non esistevano e manco gli smartphone), cosa direbbe ora?

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A volte temo che se ci togliessero il voto e la libertà di stampa, solo in pochi protesterebbero, ma se ci togliessero la possibilità di usare le auto private (dandoci in cambio bici e aumentando i mezzi pubblici), ci sarebbe una rivolta generale, scioperi e barricate.

 “Il socialismo può solo arrivare in bicicletta”, diceva José Antonio Viera Gallo, il sottosegretario alla Giustizia nel governo Allende. Altri tempi. Chi oserebbe dirlo, oggi?

Per piantare i piedi contro questo “facile vento”, per testimoniare che è possibile, e nemmeno così difficile, vivere in modo sostenibile, ho scritto un libro: Impatto zero-Vademecum per famiglie a rifiuti zero” (Dissensi ed.), con i contributi di Rossano Ercolini, Marinella Correggia, Francesco Gesualdi. Un piccolo libro (in carta riciclata) che vuole essere un sassolino negli ingranaggi del sistema, un invito al cambiamento. Intreccia le politiche per un futuro sostenibile, realizzate in Italia e all’estero, con le nostre personali esperienze: dal vivere senz’auto all’autoproduzione, dall’esperienza dell’accoglienza a come monitoriamo e riduciamo i rifiuti, (arrivando a 0,5 kg/ab di rifiuti indifferenziati l’anno), dal forno solare alle ricette per i detersivi, dalla lavatrice a pedali (in costruzione) alla compostiera (già costruita) in terrazzo. Un’ampia sezione anche per descrivere i sentieri montani e i luoghi turistici raggiungibili coi mezzi pubblici, perché non è vero che senz’auto non si va in vacanza.

Tematiche trattate anche nel romanzo per bambini “Anita e Nico dalle foreste casentinesi alla Vena del Gesso”, dove racconto ai ragazzi la biodiversità, la mobilità sostenibile e la riduzione dei rifiuti.

Tanti ci chiedono: “Ma se si lavora non si ha il tempo di fare tutto quello che fate voi”. Noi lavoriamo, ma non a tempo pieno (se per lavoro si intende solo quello stipendiato). Un po’ per scelta, un po’ per forza, abbiamo fatto fruttare questo tempo “libero” autoproducendo, andando in bici, stando coi nostri bambini e aprendo le porte ai bambini in difficoltà. Lavorare meno, per lavorare tutti, per vivere meglio.

In fondo, basta fare qualche conto: l’auto costa circa 7.700 euro l’anno solo per mantenerla. Se rinunciamo all’auto (o quantomeno ne riduciamo l’uso) potremmo lavorare meno. Se rinunciamo a comprare prodotti industriali al supermercato autoproducendoli con semplici materie prime, comprate sfuse, potremmo rispamiare soldi, ridurre rifiuti, e non toglieremo tempo ai figli (perché si autoproduce stando in casa e spesso i bimbi si divertono ad aiutare). Se vestiamo abiti usati, se facciamo a meno dello smartphone ultimo modello, risparmieremo soldi, tempo ed eviteremo di consumare inutilmente nuove risorse e materie prime. Ovviamente questa scelta di sobrietà volontaria implica una riduzione dei bisogni, dei consumi, dello spreco, e quindi del Pil della nazione. Ma mentre il Pil decresce, cresce la qualità di vita e la democrazia della nazione.

D’altra parte, che ci piaccia o no, abbiamo poche scelte. Scrive Gesualdi nella sua recensione di “Impatto Zero”: “La parte ricca del mondo è a un bivio. Deve decidere se continuare a saccheggiare il pianeta per i propri privilegi o imboccare la strada dell’equità e della sostenibilità. Che poi significa lavorare per la pace e la sicurezza, perché l’ingiustizia è sorgente di guerre e migrazioni ingestibili. Detta in un altro modo, dobbiamo scegliere fra responsabilità e prepotenza”.