Devo dire grazie alla rete se sono venuto a conoscenza di un articolo che Goffredo Parise scrisse su Il Corriere della Sera il 30 giugno 1974, articolo che dimostra da un lato la sensibilità dello scrittore e dall’altro la sua capacità di anticipare i tempi.

“Il rimedio è la povertà” è il titolo ed in esso già traspare il contenuto dello scritto.

Parise, parte dal dato di fatto che “il nostro Paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”, si augura che la società intraprenda invece la strada della povertà“. Così intesa: “Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è ‘comunismo‘, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Appare del tutto evidente che – partendo da un’aspra critica alla società dei consumi, l’autore ipotizza un mondo in cui ci si accontenta e si vive più in pace con la natura. Quella che Parise auspica non è nient’altro che quella decrescita in seguito sistematizzata soprattutto da Serge Latouche e sostenuta, in Italia, da Maurizio Pallante, Mauro Bonaiuti, Luca Mercalli.

Ed appare stupefacente che Parise sostenesse tale teoria in un’epoca non sospetta, anche se può essere che la crisi energetica del 1973 in qualche modo avesse introdotto qualche germe positivo nelle coscienze, e, comunque, fra gli intellettuali italiani, Pier Paolo Pasolini era già sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Ma Parise non si limita alla critica consumistica e accusa i mass-media di sostenerla: “Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi.” E poi ancora: “Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano”. Per poi concludere: “La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese”.

È fin troppo facile e banale commentare: cosa direbbe oggi, quarantadue anni dopo, Goffredo Parise, con l’Italia che si ritrova uno spocchioso Presidente del Consiglio che twitta e che sostiene lo sviluppo, in un paese che ha un’impressionante impronta ecologica (più che raddoppiata dal 1961 al 2004); che è pieno di templi del consumo come gli ipermercati o non-luoghi, come li definisce Marc Augé; che ha una televisione che paga Bruno Vespa, Maria De Filippi, Barbara D’Urso e i cui programmi sono imbottiti di pubblicità?