La libertà di morire è davvero libertà? Può esistere il diritto a una morte dignitosa? La vita umana è un valore indisponibile sempre e comunque? Questa volta è su Facebook, catalizzatore del malessere sociale, che affiora prepotentemente la questione dell’eutanasia. Un annuncio di qualche giorno fa, e subito rimosso, promuoveva la vendita del Nembutal, nome commerciale del pentobarbital, un barbiturico (cioè un farmaco dotato di azione ipnotica e sedativa) che diventa letale a determinate dosi e che viene usato in Svizzera per il suicidio medicalmente assistito. “Per una morte serena e indolore” prometteva il post. Per una morte a portata di click. Un’offerta e un desiderio così potenti che ci devono far riflettere. Esiste peraltro una pagina in inglese che pubblicizza l’antidoto fatale. Un’altra in olandese. E un gruppo pubblico per l’acquisto online (in lingua inglese anche questo). Per non parlare dei siti web (come questo) dedicati all’eutanasia. Il Nembutal, autorizzato negli Stati Uniti come sedativo, ipnotico e preanestetico, in Italia invece è sparito dagli ospedali e il suo commercio è illegale.

Ma il punto è un altro: il diritto di farla finita per chi ha una malattia inguaribile e una vita che è diventata un inferno. Piergiorgio Welby nel 2006 ha vinto la sua battaglia contro l’accanimento terapeutico. Dopo 9 anni bloccato in un letto senza muoversi e attaccato a un respiratore automatico ha chiesto al suo medico di lasciarlo morire. Ma la sua lotta per l’eutanasia, a distanza di dieci anni, rimane un diritto ignorato. Da noi continua a essere un reato. È un’altra eccezione il caso di Eluana Englaro, morta nel 2009 a seguito dell’interruzione dell’alimentazione artificiale dopo un lungo iter giudiziario. La fine va aspettata fino alla fine. Se va bene con l’aiuto di una terapia del dolore, applicata ancora a macchia di leopardo sul territorio nazionale.

Grazie alla campagna “Eutanasia legale” promossa dall’associazione Luca Coscioni, nel marzo scorso è iniziato in Parlamento il dibattito sulle “Norme in materia di eutanasia”. Dopo una seduta, il dibattito però è caduto nel vuoto. “Affinché riprenda la discussione – si legge sul portale della onlus – l’Associazione Luca Coscioni ha agevolato la creazione di un intergruppo parlamentare. Al momento sono 241 (25% del totale) i parlamentari favorevoli a una legge sul fine vita: 180 deputati (29%) e 61 senatori (19%)”. Gli unici passi in avanti finora sono le otto proposte di legge sul fine vita presentate in questi ultimi anni alla Camera, di cui una di iniziativa popolare depositata da radicali e associazione Luca Coscioni (con 67mila firme raccolte). C’è da dire che l’opinione pubblica oggi è più attenta alla questione. Secondo un sondaggio Eurispes, è favorevole alla morte dolce il 60 per cento degli italiani, cioè il 4,8 per cento in più rispetto al 2015; mentre il 70 per cento è contrario al suicidio assistito (più 3,5 per cento rispetto al 2015).

In Olanda, che insieme al Belgio è stato il primo paese al mondo a legalizzare l’eutanasia all’inizio del nuovo millennio, nel 2015 hanno scelto l’eutanasia 5.516 cittadini, cioè il 56,8 per cento in più rispetto al 2010. La maggior parte aveva un cancro (4000). Oggi sempre in Olanda si discute se concedere il fine vita anche ai minori di 18 anni e agli anziani non malati terminali, semplicemente stanchi di vivere. È una possibilità auspicabile? Personalmente, dico di no. C’è una differenza fondamentale, a mio parere, tra l’interruzione di un accanimento terapeutico inutile che costringe il malato a una vita vegetativa e una persona affetta dal male di esistere. In questo caso la morte è la via più breve per scansare un problema. Bisognerebbe invece imparare un po’ di più a cercare la vita dentro e oltre le difficoltà, a scoprire nuove parti di noi stessi nel tempo che scorre inesorabile, a guardare la luce attraverso le ferite.