Dal San Carlo a piazza Plebiscito, l’amministrazione di Napoli è sempre più miope
Ancora tu. Ma non dovevamo vederci più… Mi riferisco al sempre più miope sindaco Gaetano Manfredi. A Napoli e sui social la battuta è virale: Se n’è jùte ‘e capa (è andato fuori di testa). No, un colpo di sole non c’entra, perché una tale decisione scellerata è stata presa molto, molto tempo prima dell’orrido caldo. Malgrado le false promesse: mai più strimpellanti concerti a Piazza Plebiscito. L’ultimo è stata l’infernale finale di X Factor: durante i lavori di smantellamento del gigantesco palco, vi sono stati danni incalcolabili (perché nessuno ha osato farli) all’antica pavimentazione della piazza tra Palazzo Reale e la Basilica Regia. Per bellezza la chiamano il Mini Vaticano. I fuochi d’artificio sparati dal colonnato le hanno dato l’ultimo colpo di grazia… crepe e acqua a catinelle dalle volte. Perfino la Sovrintendenza finalmente ha aperto bocca: niente più concerti in piazza.
Ma un siiiiiiiiii corale per la partita inaugurale maschile di Eurovolley 2026 tra Italia e Svezia prevista il 10 settembre. Follia e scelleratezza. E vai con la costruzione di una mostruosa impalcatura per ospitare tra i 5000 e i 6000 spettatori, alta come un palazzetto di tre piani, piazzata nel mezzo della piazza, così invasiva da oscurarne i tre lati. Finalmente arriva il fresco e le previsioni dell’Aeronautica militare per la serata di giovedì 10 indicano un altissimo rischio di temporali, un’ipotesi che la Cev e la Fipav non possono permettersi di correre: dunque tutto inutile. La partita si sposta dal cuore di Napoli (e menomale) al PalaSele di Eboli, provincia di Salerno, un’ora circa da Napoli.
Il costo totale per lo “stadio” en plein air (e un mese di lavoro) è talmente esorbitante che al Comune hanno tutti le bocche cucite. Lo chiederò direttamente alla Corte dei Conti. Perché sono soldi pubblici, cioè nostri. Ai quali aggiungere il trasferimento nel vero palazzetto dello Sport a Salerno.
Due mie “inutili” considerazioni: ai napoletani il volley interessa quanto agli eschimesi l’American Cup, cioè un fico secco. A Napoli esiste già una struttura che si chiama Mostra d’Oltremare di Fuorigrotta, la struttura più grande al Sud, l’ideale per accogliere un evento come la pallavolo.
Si cambia copione, la non conoscenza di un protocollo etico/professionale è la stessa. Un pubblico venuto da ogni dove per L’Aida interpretata dal magnifico trio Anna Netrebko, Jonhas Kaufman e Luca Salsi non ha potuto ammirare Piazza Plebiscito orribilmente stravolta dalle impalcature. Tutto sold out: “Si vada a comprare un biglietto dai bagarini, là fuori…”, mi suggerisce in maniera sbrigativa Gianluca (credo che si chiami così) promosso da staccare i biglietti (per carità, onorabilissima professione) a Direttore di Sala. Mi scusi, non ho capito bene. Lei dovrebbe chiamare la Guardia di Finanza e non consentire la vendita illegale di biglietti davanti all’ingesso autorità del Teatro San Carlo. Come mi fa notare il mio accompagnatore Pierfrancesco Peluso, aficionado del San Carlo e giurista di cinque generazioni.
La richiesta del mio accredito era partita il 23 luglio, più accompagnatore a pagamento, così scrissi nel Whatsapp. La risposta di Andrea Petrella, nuovo responsabile ufficio stampa, arriva senza diritto di replica.
Neanche in barcaccia? E’ un palco sempre e solo riservato alla stampa, vista scomoda ma suono eccellente. Mando ancora una richiesta last minute domenica 6 settembre. La sua ruvidezza è proporzionale al caldo. Lo intercetto sudato, concitato, agitato sulla scalinata del teatro. Ribadisce ancora: “La barcaccia riservata alla stampa è completa”.
Esco e mi compro un biglietto solo ascolto dai bagarini: 30 euro, i soldi meglio spesi. Il mio palco è attaccato alla barcaccia, getto un colpo d’occhio. Per mia fortuna e per loro sfiga. Al primo intervallo entro in barcaccia per presentarmi ai colleghi. Sono Anna, mi dice la prima, sono Anna, mi dice la seconda con accento straniero. Di dove siete, ragazze? “Siamo russe, non scriviamo per nessun giornale, veniamo da Roma”. E i biglietti della barcaccia dove li avete trovati? Non sono in vendita? Nascondono un malcelato imbarazzo.
Rientra il terzo “collega”, altre presentazioni. “Sono Giuseppe e non scrivo per nessun giornale…” Invece il quarto posto che Petrella mi aveva negato, dicendo che era sold out da tre mesi, era in realtà vuoto. Non ho bisogno di aggiungere altro.
Ah pardon, avevo mandato un’email di richiesta accredito anche al Sovrintendente Macciardi. Troppo indaffarato a rispondere, comprensibile.
Mi rivolgo invece al CID, consiglio della Fondazione Teatro San Carlo con Gaetano Manfredi, Presidente, Maria Luisa Faraone Mennella (Vicepresidente e Consigliere di cui apprezzo le qualità umane e professionali) e Riccardo Realfonzo (Vicepresidente e Consigliere, eccellente economista) e auguro un buon inizio di stagione 2026. Le premesse ci sono ma bisogna prima liberarsi delle zavorre.
Giro l’angolo: arriva una Mini Club Man con targa svizzera. Patrizia Signorio è la tra le persone più garbate che io conosca, accosta per scaricare due valigie. Lasciando lo spazio per il passaggio delle altre macchine. Per ripartire subito dopo per andare al garage. Si avvicinano con malagrazia le forze dell’ordine, un lui e una lei, con quel modo di fare da sceriffo inquisitore. Con lo scudo della divisa impongono i loro modi prevaricatori: “Vada via, vada via che le faccio la multa…” Giovani, di fresco arruolamento. Quelli di vecchia generazione hanno un altro savoir faire. Una volta Napoli era terra di gentiluomini, adesso se ne trovate uno fatemelo sapere.