Perché, mentre la polizia di tutta Europa gli sta dando la caccia da giorni, Anis Amri decide di raggiungere l’Italia? È questa la domanda a cui adesso gli investigatori vogliono dare una risposta. Al momento non c’è nessuna certezza. Solo ipotesi. Quella più credibile, su cui sta lavorando il pool antiterrorismo della Procura di Milano, è che l’attentatore di Berlino sia arrivato a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, perché qui avrebbe potuto contare su coperture all’interno della comunità islamica. Un appoggio temporaneo, forse per procurarsi dei documenti falsi e garantirsi così una fuga sicura. Probabilmente verso il Sud Italia. “Sono calabrese”, dice Amri ai poliziotti che lo fermano. Una balla a cui ovviamente gli agenti non credono, ma che adesso diventa interessante dal punto di vista investigativo.

Al momento, però, sul tavolo ci sono solo supposizioni. Perché per trovare conferme bisogna sciogliere alcuni nodi. Ad esempio c’è da scoprire se Amri abbia incontrato qualcuno nelle ore che vanno dal suo arrivo alla Stazione Centrale di Milano, intorno all’una di notte; fino alla sua morte, avvenuta alle 3 e 15 in piazza Primo Maggio, di fronte stazione di Sesto San Giovanni, dove viene fermato da una volante per un semplice controllo e viene ucciso dopo aver sparato a uno dei due poliziotti. Resta poi da capire se quel “qualcuno” appartenga a un cellula terroristica “dormiente” radicata nel Milanese o semplicemente sia una sua vecchia conoscenza: un ex compagno di cella nel carcere di Catania o Palermo, o qualcuno incontrato in qualche centro di accoglienza siciliano. “Dobbiamo capire perché un soggetto del genere fosse a Sesto San Giovanni – ha detto il Questore di Milano Antonio De Iesu – Ma questo è materia di indagine. Collochiamo Amri all’una alla stazione Centrale di Milano, questo è riscontrato da immagini. Che mezzo abbia preso per andare a Sesto e perché non lo sappiamo. Ma non c’è nessun collegamento con la moschea di Sesto”. Per il Questore era un personaggio “pericolosissimo che, da libero, avrebbe potuto compiere altri attentati“. “Una scheggia impazzita”.spostamenti-amri-675

La Digos, coordinata dal procuratore aggiunto Alberto Nobili, sta ricostruendo il viaggio compiuto dal tunisino. Probabilmente in Francia ha cambiato vari treni prima di partire da Chambery, nel sudest, per arrivare a Torino, anche se il ministro dell’Interno francese Bruno Le Roux non ha voluto confermare il passaggio dal Paese. Amri nel capoluogo piemontese sarebbe rimasto qualche ora, tra le 20,30 e le 23, prima di salire su un regionale diretto alla Stazione centrale di Milano, dove è sceso all’una di notte. Per questo anche l’antiterrorismo torinese ha acquisito i filmati delle videocamere di sicurezza della stazione di Porta Nuova, per stabilire se sotto la Mole il jihadista era soltanto di passaggio o ha incontrato qualcuno. Nel suo zaino c’erano i biglietti del treno, un coltellino e circa duecento euro. Ma soprattutto una sim, che potrebbe custodire un tesoro di informazioni. Strano invece che con tutte le polizie d’Europa alle calcagna, Amri non abbia gettato via la calibro 22 con cui probabilmente ha ucciso il camionista polacco Lukasz Urban e ferito alla spalla l’agente scelto Christian Movio. Forse cercava lo scontro diretto con le forze dell’ordine, desiderio avuto in passato da altri “martiri” del jihad. Ma perché allora fuggire dalla Germania, attraversare mezza Europa, e raggiungere il nostro Paese?

Di sicuro l’Italia è il punto di arrivo e di partenza della storia di questo 24enne tunisino che aveva giurato fedeltà all’Isis. Nel febbraio 2011, nel pieno della primavera araba, arriva dalla Tunisia a Lampedusa a bordo di un barcone insieme ad altre centinaia di migranti. Dopo alcune settimane viene trasferito a Belpasso, in provincia di Catania, in un centro di accoglienza per minori. Qui partecipa insieme ad altri compagni a una protesta violenta che gli costerà una condanna. Sconta la prima parte della pena nel carcere minorile di Catania Bicocca. Una volta maggiorenne, viene spedito all’Ucciardone di Palermo. Scarcerato nel maggio del 2015, lo inviano al Cie di Caltanissetta per l’espulsione. La Tunisia, però, non lo riconosce come proprio cittadino e a quel punto il prefetto nisseno può solo intimargli di lasciare il nostro Paese. Amri lo fa. E arriva così in Germania nel febbraio 2016.

Venerdì 16 dicembre, l’Italia torna nuovamente nelle cronache di questo viaggio della morte. Il grosso Tir scuro con targa polacca, infatti, fa tappa all’azienda Omm di Cinisello Balsamo per poi ripartire in direzione di Berlino, dove lunedì 19 dicembre viene dirottato e lanciato sulla persone che stanno passeggiando tra le casette del mercatino di Natale sulla Breitscheidplatz: 12 morti, tra cui la 31enne italiana Fabrizia Di Lorenzo. Stanotte l’epilogo della follia jihadista di Amri che, forse solo per una strana coincidenza del destino, è stato ucciso in piazza Primo Maggio a Sesto. Poco meno di un chilometro da via Cantù. Dove ha sede la Omm.