Cinque anni in Italia, quasi tutti trascorsi in carcere: prima a Catania e poi a Palermo. Ed è proprio in galera che sarebbe avvenuta la radicalizzazione di Anis Amri, il tunisino ricercato per la strage di Berlino. Questa almeno è l’opinione di uno dei suoi fratelli, Bild Bdelkader Amri. “Anis si era forse radicalizzato nel carcere italiano dopo che aveva lasciato la Tunisia”, dice l’uomo contattato dalle agenzie di stampa. Soltanto un’ipotesi, che fino a questo momento non è stata confermata dalle autorità.

La procura di Palermo infatti ha aperto un’indagine conoscitiva sul periodo di detenzione trascorso dal giovane tunisino in Sicilia. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dal sostituto Gery Ferrara, punta a ricostruire la condotta carceraria tenuta da Amri: in queste ore la Digos sta raccogliendo le note dei penitenziari siciliani che hanno ospitato il giovane, trasferito varie volte a causa dei suoi atteggiamenti violenti. Dalla documentazione, però, non sono emersi fino ad ora elementi su un eventuale avvicinamento all’Islam radicale durante il soggiorno carcerario.

Di certo c’è che Amri arriva sulle nostre coste nel febbraio 2011, in piena primavera araba. In Tunisia i giovani hanno dato vita alla Rivoluzione dei Gelsomini, la gente fugge dal Paese in rivolta, Lampedusa è la tappa più comune per migliaia di esuli in fuga. Tra questi c’è anche Anis, che arriva sull’isola siciliana a bordo di uno dei tanti barconi che approdano sulle rive lampedusane nei primi giorni di febbraio. È nato a Ghaza, in Tunisia, il 22 dicembre del 1992 e dunque sarebbe già maggiorenne. Alle autorità, però, mente sostenendo di avere ancora 17 anni. Una bugia che gli garantisce un’accoglienza migliore.

E infatti dopo alcune settimane a Lampedusa il giovane viene spedito a Belpasso, in provincia di Catania, in un centro di accoglienza per minori. Qui viene ospitato in attesa che una commissione ministeriale valuti la sua richiesta d’asilo. Una situazione che dura solo qualche mese: Amri, infatti, si fa subito segnalare tra le teste calde del centro. Si lamenta per la scarsa qualità del cibo, protesta per le lungaggini burocratiche necessarie per ottenere lo status di rifugiato politico. Il culmine viene raggiunto il 24 ottobre del 2011 quando Amri e altri quattro tunisini minacciano e picchiano il custode del centro per poi dare fuoco ai materassi delle stanze: a Belpasso scoppia un incendio domato solo grazie all’arrivo dei vigili del Fuoco. Arrivano anche i carabinieri e arrestano i cinque piromani: anche i giornali locali danno notizia dell’evento identificando i giovani tunisini soltanto con le iniziali. Quell’episodio costerà caro ad Amri che verrà condannato a 4 anni di carcere dal gup di Catania per minacce aggravate, lesioni personali e incendio doloso.

La sua pena il tunisino la sconterà quasi tutta: prima nel carcere minorile di Catania Bicocca, poi all’Ucciardone di Palermo, dato che per le autorità aveva raggiunto la maggiore età soltanto nel 2012. Secondo SkyTg24 durante la sua detenzione fu sottoposto a “monitoraggio per atteggiamenti radicali anticristiani”, informazione però smentita da fonti investigative, citate anche da La Stampa: in galera, Amri si fa segnalare come detenuto violento ma non ha mai dato segni di radicalizzazione.

Verrà quindi scarcerato nel maggio del 2015, con alcuni giorni d’anticipo, perché per lui è stata proposta l’espulsione. Sarà inviato a Cie di Caltanissetta ma il suo Paese non lo riconosce come cittadino tunisino: una comunissimo caso di mancata cooperazione che blocca di fatto il procedimento di espulsione. A quel punto la prefettura nissena può solo intimargli di lasciare l’Italia, inserendo tutte le informazioni che ha sul suo conto nella banca dati Sis, il sistema di informazione Schengen. Il giovane rimane nel nostro Paese fino alla fine di giugno del 2015, quando parte: è diretto a nord, in Germania.