C’è una cosa che in tanti negli ultimi giorni stanno cercando di evitare di dire, caricando perifrasi e giri di parole: l’ultimo Tim Burton, Miss Peregrine e La casa dei ragazzi speciali, non avvince e convince come un qualsiasi altro titolo del nostro. Capita. Capita anche ai migliori, figuriamoci a Burton che in quest’ultimo film si lascia andare alle soluzioni visive più ovvie, convenzionali, normalizzanti, rispetto alla tessitura di un fantasy che pareva avere nella singolarità e inquietudine della suggestione prettamente fotografica del libro da cui è tratto il colpo d’ala per un immaginario plausibilmente rinnovato e dark. Miss Peregrine e La casa dei ragazzi speciali è infatti dapprima un romanzo YA scritto da Ransom Riggs (in Italia edito da Rizzoli) che ha visto la luce grazie alla felice intuizione del suo autore collezionista di foto d’epoca in bianco e nero. Facce, corpi, e scenari che mescolano mezzi busti un po’ Diane Arbus un po’ The Others, soprattutto con al centro bambini e adolescenti inquietanti che sono diventate come una nervatura, uno scheletro del racconto stampato su carta. Quando qualche tempo fa siamo venuti a sapere che Burton si era interessato alla proposta produttiva rivoltagli dalla 20th Fox avevamo subito pensato che un tal materiale poteva diventare per un regista allegoricamente visionario come lui pane per i suoi denti.

Quando invece uscirete dalla sala dove avete visto Miss Peregrine versione cinematografica rimarrete con davanti agli occhi quattro inquadrature quattro ripetute di continuo, il solito opaco e piatto uso del CGI, e pure con un commento musicale irrisolto ed inefficace nel suo banale didascalismo. Non vogliamo nemmeno per un attimo sfiorare la fugace (e temporanea?) separazione da Danny Elfman, ma solo ricordare che il “pacchetto Burton” è una sorta di brand all inclusive alla Disney. Mood fantastico e avventuroso, riconoscibile per alcune peculiarità di messa in scena (vedi la stop motion a livello tecnico), ma anche limite modello “comfort zone” creativa che non sembra quindi prevedere nulla, appunto, oltre gli occhioni da ragazzini “weird” e formule stilistiche collaudate da quasi trent’anni.

Prendiamo allora la storia che emerge da una sceneggiatura che è stata definita non a torto da alcuni blogger americani come “pigra”; spiritosa definizione di uno script dagli accadimenti affastellati e frenetici (Jane Goldman è quella che ha ingarbugliato i fili di X-Men fino al rimbambimento spettatoriale), dove il surfare sulla superficie di personaggi e snodi narrativi sembra una soluzione volontariamente priva di originalità. Il sedicenne Jacob (Asa Butterfield, visto in Hugo Cabret di Scorsese), vita ordinaria da ragazzo bullizzato in Florida, perde il nonno, che gli raccontava di isole lontane e mostri nascosti, in circostanze misteriose. Il viaggio con il riluttante papà in Galles per scoprire se esistono davvero alcune indicazioni “magiche” lasciate dal defunto parente, faranno scoprire al ragazzino che Miss Peregrine (Eva Green) esiste per davvero e vive in una splendida magione. Un’eroina (ymbrine) che protegge i “ragazzi Speciali” (tra gli altri il ragazzo invisibile, la bimba dalla forza mostruosa, quello che sputa api, quella fa crescere enormi carote, quella dalle mani infuocate) manipolando il tempo nel creare un anello temporale in cui lei e i ragazzi vivono un unico giorno che si ripete all’infinito (il 3 settembre del 1943), proteggendosi così dai mali del mondo che esiste al di fuori dell’anello.

Dapprima riluttante e impaurito, Jacob scivola poi dentro al meccanismo magico e diventa parte felicemente integrante del gruppo dei ragazzi speciali. Lui, oltretutto ha un dono peculiare: può vedere i “vacui”, seppiolone giganti che mangiano gli occhi dei ragazzi speciali, e che hanno in Barron, il sinistro villain interpretato da Samuel L. Jackson, il coordinatore mefistofelico che vuole uccidere ragazzini e miss P. L’unione dei superpoteri dei giovani protagonisti risolverà con fatica e ferite il rischio che vincano le forze del male in un rocambolesco (e sfinente) viavai su un molo/luna park tra il 2016 e il 1943, concedendo a Jacob persino il fugace amore di Emma (la nuova Wynona Rider/Cristina Ricci, Ella Purnell), ragazzina che se non legata al terreno con una corda o ancorata al suolo indossando pesanti scarponi si libra in aria leggera come un uccello.

Miss Peregrine ha una tale aria di cinema mordi e fuggi, che nemmeno i tentativi di “alleggerimento” poeticamente burtoniani – vedi i ragazzini che usano le palle di neve e i coriandoli per rendere i mostri cattivi “visibili” a tutti – gli donano quella grintosa e appassionata filiazione da classici “weird” alla Edward mani di forbice, Ed Bloom, Charlie Bucket. Burton disegna frettolosamente il suo capitolo supereroi moderni mimetizzandolo in coda a tanta paccottiglia contemporanea DC e Marvel, senza spendere un minuto che uno in più di tempo nel firmare un angolo di ripresa, nel rifare una battuta recitata senza pathos, o anche solo nel ripetere un ciak in mezzo ai bus ultramoderni e alle spaurite comparse da spot di Blackpool. Un ultimo appunto su Eva Green. Con quello sguardino di sghimbescio che usa usurandone la malizia fin dai tempi di The Dreamers, e quella pipetta tra le labbra fumata con così scialba disinvoltura, più che un’eroina sexy e materna ricorda la dinoccolata Tania/Marlene Dietrich ne L’infernale Quinlan che sbuca sul finale mentre pippa un sigaro. Dio mio, ma quanto è fiacco questo Tim Burton?