Siamo ormai alla farsa: con un comunicato serale il Monte dei Paschi di Siena conferma la volontà di proseguire “le attività volte alla realizzazione dell’operazione comunicata al mercato lo scorso 25 ottobre”, vale a dire la cessione di oltre 27 miliardi di sofferenze e l’aumento di capitale da 5 miliardi di euro che si rende necessario per coprire la differenza tra il valore con cui quei crediti sono iscritti a bilancio e il loro prezzo effettivo di vendita. Il consiglio d’amministrazione che si è riunito a Milano domenica pomeriggio ha ufficializzato l’intenzione di riaprire i termini dell’offerta di conversione dei bond subordinati in azioni per coinvolgere i piccoli risparmiatori (il cui profilo di rischio è incompatibile con questa operazione) e “avviare un market book building verificando un coinvolgimento degli investitori che avevano manifestato interesse”.

Sembra uno scherzo di cattivo gusto, in realtà è la solita commedia all’italiana che in questo caso serve solo a preparare il terreno all’ormai imminente intervento dello Stato. Non a caso, le banche già si sfilano: “Le banche del consorzio – si legge nel comunicato di Siena – hanno confermato la disponibilità a supportare l’operazione di aumento di capitale su base best effort, venendo così meno il precedente accordo di pre-underwriting. Il nuovo accordo è attualmente in fase di negoziazione”. Tradotto, significa che Jp Morgan, Mediobanca e gli altri istituti non formeranno alcun consorzio di garanzia (cioè non prenderanno alcun impegno di sottoscrizione dell’inoptato) ma si limiteranno a fare del loro meglio per piazzare le azioni dell’aumento di capitale presso gli investitori. E quello che non riusciranno a piazzare lo prenderà lo Stato, che già oggi di Mps è il primo azionista con il 4%.

Con questo modo di procedere a Siena pensano di guadagnare qualche giorno per permettere al nuovo governo di insediarsi e provano anche a tastare il terreno con le autorità di controllo, in particolare con la Consob, per verificare la disponibilità ad allargare le maglie e consentire alla banca di esercitare tutta la pressione possibile per indurre gli obbligazionisti retail (quasi tutti suoi correntisti) ad aderire alla conversione “volontaria” in azioni in deroga al loro profilo di rischio. Una richiesta curiosa, tanto più ora che la fiducia nel sistema è ai minimi termini e le autorità di controllo sono sotto accusa proprio per non aver vigilato sulle banche e per non aver impedito la vendita al retail di azioni e obbligazioni subordinate di Popolare Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, Popolare Vicenza, Veneto Banca e delle stesse obbligazioni subordinate targate Siena. Vedremo quello che deciderà la Consob, che però sul caso MontePaschi non sta brillando per attivismo, mentre continue indiscrezioni a Borsa aperta assicurano ingenti profitti a chi specula sul titolo.

Intanto, vale la pena chiedersi se l’offerta appena conclusa possa ancora essere ritenuta valida dopo la decisione delle banche di non dar corso al contratto di pre-underwriting (e dunque di non costituire un consorzio di garanzia per l’aumento di capitale), decisione che cambia radicalmente lo scenario e le condizioni sulla base delle quali era stata lanciata l’offerta di conversione dei bond. E’ una risposta che vale un miliardo ed è abbastanza scontato che banca e authority faranno di tutto per considerare acquisito il risultato, ma non si può escludere che qualche fondo possa avere interesse a metterlo in discussione e aprire un contenzioso, specie se le cose dovessero volgere al peggio.

Comunque, tra qualche giorno avrà fine la commediola e – come si sa da mesi – lo Stato sarà costretto a intervenire spostando l’attenzione sui problemi che il governo Renzi non ha voluto affrontare. In primo luogo, si porrà il problema di come rimborsare gli obbligazionisti truffati, posto che i loro bond potrebbero venire cancellati o convertiti forzatamente in azioni a dispetto del loro profilo di rischio. Ad oggi non risulta ancora varato l’atteso decreto sugli arbitrati con il quale già gli obbligazionisti di Popolare Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti potrebbero vedersi riconoscere i risarcimenti in tempi rapidi e a costi contenuti. Sarà capace il governo Gentiloni di varare in pochi giorni un decreto che il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan e il precedente governo non sono stati in grado di formulare in mesi di lavoro?

A questa domanda se ne aggiunge poi un’altra: con la nazionalizzazione arriverà a Siena un nuovo management o a gestire la banca saranno ancora l’uomo di Jp Morgan, Marco Morelli, e il neo presidente-azionista Alessandro Falciai? L’unica certezza al momento è che lo Stato subentrerà al posto del mercato in un piano – quello varato lo scorso luglio in seguito alla bocciatura agli stress test e successivamente rivisto a fine ottobre – che definire azzardato è dire poco. L’aumento di capitale, infatti, è solo la premessa per avviare la ben più complessa operazione di cessione dei crediti in sofferenza dell’istituto, operazione che vedrà in prima fila il fondo Atlante e Jp Morgan nel ruolo di finanziatore.

Verosimilmente, le commissioni che questi soggetti hanno negoziato con il MontePaschi non saranno oggetto di ri-negoziazione e i soldi pubblici iniettati nella banca serviranno anche a pagare questi costi (nel caso di Atlante, 200 milioni subito per la rinuncia al warrant e un super-finanziamento per fare acquisire al fondo una tranche di contratti di leasing in capo alla stessa banca). Date le premesse, lo Stato subentrerà senza onori (ma con tutti gli oneri) in un salvataggio che farà gestire da altri, gli stessi che sono attualmente parte in causa. E se qualcosa andrà storto – al solito – pagherà Pantalone.