Anche i Gesuiti hanno perso il referendum. O almeno le loro due riviste prestigiose Civiltà Cattolica (pubblicata a Roma) e Aggiornamenti sociali, Milano. Esplicitato alla vigilia il loro appoggio al Sì, sono rimaste travolte dalla valanga di No insieme a tutto l’establishment economico e politico schieratosi con Renzi.

Civiltà cattolica in realtà nel 2014 si era espressa con severità nei confronti dell’approccio superficiale renziano. Pur favorevole alla fine del bicameralismo perfetto, la rivista dei gesuiti prospettava il rischio che il Senato diventasse un “dopolavoro degli amministratori locali”, denunciava l’inadeguatezza di pesi e contrappesi nel futuro sistema , definiva “slogan” la storia del “costo zero” e appoggiava l’elezione diretta dei senatori.

Due anni dopo questa posizione si è persa per strada. Maggio scorso la rivista ha pubblicato un’analisi articolata sulla riforma, non negando varie perplessità, ma alla fine ha si è piegata ad un giudizio politico di appoggio. Scriveva padre Francesco Occhetto che una “moderna cultura della “manutenzione costituzionale” … non sacralizza tutte le soluzioni adottate e può comunque consentire, in caso di auspicabile successo del referendum, successive modifiche migliorative che tengano conto delle critiche più motivate.” Insomma #bastaunSì.
A novembre, a ridosso del voto, i gesuiti milanesi di Aggiornamenti sociali imboccavano la stessa strada. Ancora più convinti: “Approvare la riforma, pur con i suoi limiti, ci appare come il passo da compiere in questo momento, perché può meglio accompagnare e sostenere quanto fin qui è emerso nella società civile”.

Riandare a tali dichiarazioni è utile. L’evento-referendum consegna infatti un mondo cattolico frantumato, disperso in tanti rivoli di motivazioni per il Sì e per il No. Personalità e mentalità, fino a ieri convergenti o vicine, rimbalzate su sponde opposte. Cattolici democratici come Parisi per il Sì e Pasquino per il No. Europeisti come Monti per il No e Prodi per il Sì. Acli e Cisl per il Sì, ex presidenti della Corte costituzionale per il No. Un caso a parte (vendetta ad personam contro Renzi) è stato il No del movimento anti-unioni gay di Massimo Gandolfini.
Ma ciò che ha contato – al di là di sigle e singole personalità – è stata la valanga di No dei cattolici quotidiani: popolo delle parrocchie, nelle periferie del Nord e nella desolazione del Sud. Per non dire dei giovani italiani di ogni fede e filosofia, fautori decisi e arrabbiati del No ad una riforma sgangherata e a un governo parolaio.

Rispetto a questo mondo reale, concreto, sostanzialmente post-partitico – in cui cattolici e non cattolici si mescolano in un’esistenza segnata da crescente povertà, precarietà e crescita delle disuguaglianze – le antenne dei gesuiti stranamente non hanno funzionato. Alla fine il loro sostegno alla riforma renziana è stata condizionata da ragionamenti di apparente alta politica, scollegati dalla realtà magmatica di masse popolari e ceto medio impoverito e impaurito: una realtà profondamente delusa dal premier delle slide.

Le Acli pro-Sì dovrebbero riflettere se sia stato saggio subire che la loro proposta del “contratto a tutele crescenti” finisse deformata in un Jobs Act, risoltosi nella libertà di cacciare il dipendente, in un contesto generale caratterizzato dal trionfo del precariato e dei voucher. Eguale riflessione toccherebbe alla Cisl, lieta spesso di marciare divisa dalla Cgil, quasi che la modernità consista nella riduzione di conquiste faticosamente raggiunte.

Ci sono state da subito scelte politiche di Renzi, che hanno indicato chiaramente la sua prospettiva. Un premier, caratterizzatosi immediatamente per il blocco della tassa-Google, vantandosene, difficilmente poteva e potrà dedicarsi al superamento delle diseguaglianze e alla costruzione di un nuovo stato sociale.

Resta il fatto della liquefazione politica dell’universo cattolico. Ogni molecola va per conto suo. Ogni associazione galleggia seguendo il suo corso. Convergenze forzate o teorizzate a tavolino sono già fallite in passato. Oggi questo mondo variegato sembra a un bivio. O continuano nella frammentazione, disperdendo un patrimonio sociale storico di indubbia rilevanza, oppure i cattolici socialmente organizzati trovano la capacità di misurarsi concretamente con il pensiero sociale della Chiesa, che proprio nell’attuale crisi economica internazionale entra nel vivo dei problemi più acuti: diseguaglianze, povertà, nuove schiavitù.

Paradossalmente, rispetto all’afasia della sinistra e delle forze liberal-democratiche nei confronti delle catastrofi provocate dal darwinismo neoliberista, la dottrina sociale di Giovanni Paolo II, dello stesso Ratzinger nell’enciclica Caritas in veritate e soprattutto di papa Bergoglio ha moltissimo da dire. Con uno spessore del tutto laico, al di là delle motivazioni religiose.