Vicenda Ranucci: così Colosimo usa il conflitto di interessi contro gli avversari politici
Chiara Colosimo poteva continuare a tacere sulla vicenda Ranucci oppure decidere di parlare ribadendo la centralità dell’informazione libera nel contrasto alle mafie, richiamando così ad un maggior contegno i suoi sodali di partito, almeno in ossequio ai giornalisti assassinati dalla criminalità organizzata.
Ha fatto invece la scelta peggiore: intervenire per “sollecitare” la riduzione della scorta a Ranucci (valutazione che ovviamente non le compete), dimostrando una volta di più come il “conflitto di interessi” per lei sia soltanto una clava adoperata strumentalmente contro gli avversari politici e non uno strumento a presidio della democrazia.
Mi si potrebbe infatti obiettare ironicamente: cosa ti aspetti che faccia l’onorevole “pellegrina sulla via della verità” Colosimo, meloniana di ferro, quando i vertici del suo stesso partito che ricoprono incarichi istituzionali apicali (Giovanbattista Fazzolari, Ignazio Benito La Russa) attaccano sistematicamente una trasmissione come Report, che negli ultimi due anni (per tacere di altro) ha dedicato importanti servizi di approfondimento alla inchiesta Hydra?
Mi rendo conto. Ma dare per scontato il silenzio di Colosimo e quindi non sobbalzare davanti alla prova evidente dell’uso strumentale del “conflitto di interessi” rischia di renderci involontariamente complici del disfacimento della credibilità delle istituzioni repubblicane.
Era il 19 giugno 2023 quando Colosimo, da poco eletta presidente della Commissione parlamentare antimafia (con i voti della maggioranza), nonostante una lettera-appello di decine di famigliari delle vittime delle stragi di mafia e terrorismo italiane indignati per le relazioni intollerabili emerse anche grazie a Report (ops!), che aveva pubblicato la fatidica foto nella quale Colosimo appariva sorridente ed abbracciata a Luigi Ciavardini (ex Nar, condannato per gli omicidi del giudice Occorsio, dell’agente Evangelista e per la strage di Bologna), incontrava a Palazzo San Macuto quella curiosa delegazione composta dal generale Mario Mori, dall’avv. Fabio Trizzino, dall’allora segretario del partito Radicale Maurizio Turco e da Irene Testa allora tesoriera del medesimo partito.
Come è noto quell’incontro gettò le basi del successivo lavoro sulla strage di Via D’Amelio, da spiegare attraverso il rassicurante (per gli eredi del Duce e di Berlusconi) paradigma “mafia-appalti”, che però sarebbe dovuto passare per un tornante stretto ma imprescindibile: la neutralizzazione politica del senatore Roberto Scarpinato, “colpevole” di aver dedicato una vita proprio alla ricerca della verità su tutto quanto ha portato e si è mosso attorno ai “crateri” mafiosi del 1992.
L’arma da scaricare contro il Senatore venne suggerita in quell’incontro, lo si ricava dalle stesse dichiarazioni alla stampa che ne seguirono, e fu precisamente il “conflitto di interessi”: essendo stato Scarpinato direttamente coinvolto negli eventi che precedettero le stragi di Capaci e Via D’Amelio e in particolare nella prima gestione del dossier “mafia-appalti”, non avrebbe di certo potuto prendere parte ai lavori della Commissione, i quali avrebbero puntato a riscrivere la storia di quei medesimi accadimenti.
“Ri-scrivere” non è un eccesso polemico, ma una espressione adeguata al chiaro tentativo di sovvertire/riscrivere un documento fondamentale e mai, fino a questo momento, revocato in dubbio: la relazione firmata da Gian Carlo Caselli e da tutti gli altri componenti dell’Ufficio di Procura di Palermo e consegnata alla Commissione parlamentare anti mafia nel febbraio 1999. Il resto è storia.
Tornando a Report e selezionando soltanto per brevità l’oggetto della riflessione che vi propongo, siamo davanti ad una trasmissione giornalistica del servizio pubblico che negli ultimi due anni ha appunto dedicato importanti servizi di approfondimento all’inchiesta “Hydra” che sta affrontando a Milano il primo grado in rito ordinario, dopo che in abbreviato oltre 60 imputati sono già stati condannati a pene che arrivano fino ai 16 anni.
Tra questi anche Bernardo Pace, mafioso legato alla Cosa Nostra trapanese, in relazione con Matteo Messina Denaro, che aveva deciso all’inizio del 2026 di collaborare con la giustizia e che, trasferito per cautela nel carcere di Torino, è stato ivi trovato morto impiccato il 16 marzo scorso.
Il processo Hydra, che ha fatto scattare misure di tutela inaudite per i pm titolari, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, riguarda, tra l’altro, i rapporti tra mafia e politica a Milano e in particolare quelli con alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Per tutto ciò non è accettabile che Colosimo, nel suo ruolo di presidente della Commissione Antimafia, dopo aver taciuto sul caso “Delmastro-Caroccia”, taccia nuovamente, mancando di far notare quanto meno la inopportunità che ad attaccare Report, auspicandone una “diversa” traiettoria, sia proprio chi rappresenta la forza politica maggiormente coinvolta nei servizi sopra ricordati.
L’utilizzo intermittente e pretestuoso del “conflitto di interessi” purtroppo è sintomo di quella “occupazione delle istituzioni” contro la quale aveva usato parole inequivocabili proprio il grande mentore di Meloni&Colosimo: Paolo Borsellino.