Prova a prendermi. Ci sono due partite fondamentali che si giocano in queste ore, dopo la schiacciante vittoria del “no” e le dimissioni annunciate dal premier Matteo Renzi. Sul versante governativo prende corpo l’ipotesi di un congelamento delle dimissioni fino a dopo la legge di stabilità. Salterebbe, dunque, l’opzione di eclissarsi per poi riapparire come risolutore del caos in cui la sua defenestrazione avrebbe gettato il Paese. La stessa, per altro, che Renzi starebbe tentando sul fronte del Partito democratico, dove la resa dei conti è stata rimandata di un giorno rispetto agli annunci e si terrà mercoledì alle 15. Anche in questa partita Renzi sarebbe tentato di mollare tutto per sedersi in poltrona e vedere – come ha ribadito in conferenza stampa ieri notte – cosa sono in grado di proporre i vincitori del “no”.

E qui a frenarlo sono però i suoi fedelissimi. Nel pomeriggio c’è stata una tarantella d’incontri qui dentro delle persone più vicine, Matteo Ricci, la Boschi, Del Rio che stanno provando a convincerlo a non mollare la poltrona di segretario perché il Pd rischia di andare in frantumi in una scorribanda di correnti. “Resta in campo e darà battaglia”, assicura un dirigente della cerchia renziana al cronista della Dire. “Di fatto questo referendum si è trasformato in una vera e propria elezione politica e nessuno, da solo, ha preso 13 milioni di voti come Matteo Renzi”. Anche il braccio destro di Renzi, Luca Lotti, ripete come un mantra che “tutto è iniziato col 40% nel 2012. Abbiamo vinto col 40% nel 2014. Ripartiamo dal 40% di ieri”. Gli fa eco Raffaella Paita, capogruppo del Pd in Consiglio regionale della Liguria: “Non è finita qui. Con quel 40% eserciteremo la nostra funzione di responsabilità nei confronti del Paese. Quel dato è anche superiore a quello delle elezioni europee ed è stato ottenuto in completa solitudine. L’unica leadership che può avere vocazione maggioritaria è quella di Matteo Renzi”. Una linea che trova immediata opposizione nelle parole di uno dei vincitori della faida interna Pd: “Ho sentito dichiarazioni folli che dicono “ripartiamo dal 40 per cento ma i voti del referendum non sono di Renzi”, ha risposto a stretto giro Massimo D’Alema.

Anche la minoranza dem, del resto, sembra orientata a non buttare giù il leader. Non subito. Ne sono prova le uscite di grande cautela, di questi minuti, di Roberto Speranza e Davide Zoggia che ribadiscono di non aver chiesto le dimissioni di Renzi perché “le priorità sono altre”. Del resto la lezione che volevano impartite è stata durissima, dal risultato della consultazione Renzi esce ridimensionato il giusto e le minoranze avranno il loro spazio.

Quindi a nessuno serve buttarlo giù, anche perché non hanno una leadership alternativa per sostituirlo. Quindi si accontentano – per ora – di una segreteria più “collegiale” in attesa di un congresso che segnerà il cambio di guida. Insomma, la stessa linea di Mattarella: Renzi non può lavarsi le mani, deve restare e assumersi l’onere della continuità minima dopo la sconfitta col botto. Prende corpo però un’altra corrente, di segno opposto, che spinge per le dimissioni immediate perché -paradossalmente – con un nuovo segretario sarebbe più facile trovare la quadra mentre Renzi sarebbe un ingombro. Benché sconfitto, il segretario Pd è comunque il padre dell’Italicum e da quello ripartirebbe nelle trattative, stando fermo sui punti cardine della legge con ballottaggio, premi di maggioranza e formazione delle liste. Difficile anche a livello più prettamente politico, se sono veri i virgolettati apparsi sul Corriere di oggi nei quali Renzi dichiara di aver perso “contro la peggiore Casta”. La stessa, con la quale domani si troverebbe a trattare. Insomma, mercoledì è ancora lontano.