Sì o No alla riforma della Costituzione, ma anche e soprattutto Sì o No al progetto del governo Renzi. Dopo lunghi mesi di campagna elettorale gli italiani sono chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla legge Boschi. Un appuntamento obbligato per dare l’ultimo via libera al provvedimento che in Aula non ha ottenuto una maggioranza sufficiente per poter entrare in vigore senza passare dal vaglio dei cittadini. Le urne sono aperte dalle 7 alle 23 in tutta Italia: i dati sull’affluenza saranno trasmessi alle 12, alle 19 e alle 23 subito dopo la chiusura delle urne. Matteo Renzi ha già votato a Pontassieve insieme alla moglie, e così hanno fatto nei rispettivi luoghi di residenza anche Silvio Berlusconi, il presidente del Senato Piero Grasso e la sindaca di Roma Virginia Raggi.

L’Italia arriva stanca all’appuntamento con il voto dopo settimane di scontro politico su un referendum nato tra le tensioni e finito ancora peggio. La consultazione che dovrebbe dare il via libera o meno alla legge Boschi è stata infatti fin dall’inizio personalizzata dal presidente del Consiglio prima e dalle opposizioni poi. Matteo Renzi ha sempre vincolato la sua permanenza al governo all’approvazione della legge, salvo poi fare marcia indietro dopo le polemiche e infine ribadire l’intenzione di dimettersi. Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio al momento della chiusura della campagna elettorale ha dichiarato che in caso di vittoria del No molto probabilmente il presidente del Consiglio rimetterà il mandato al Capo dello Stato. In realtà lo scenario futuro è ancora difficile da prevedere: se il leader Pd gioca sul timore di un governo tecnico, dall’altra parte Grillo e i suoi oscillano tra la richiesta di dimissioni in caso di sconfitta e la possibilità di aspettare la scadenza naturale della legislatura. Senza dimenticare il problema della legge elettorale sulla cui modifica Renzi ha dato la sua parola e che in ogni caso dovrà passare il parere della Corte costituzionale (che si esprimerà a gennaio 2017).

La riforma, nata per volontà di Matteo Renzi con madrina la ministra Maria Elena Boschi, è frutto di un compromesso con vari “padri costituenti”: da Silvio Berlusconi, in un primo momento seduto al tavolo con il governo e poi all’improvviso tenace oppositore, alla minoranza Pd di Pierluigi Bersani (che ha però deciso di votare No) e Gianni Cuperlo (che invece ha scelto il Sì dopo lunghe settimane di trattative e non senza calcoli per il futuro), fino agli orgogliosi e convinti verdiniani che oltre a fare campagna attiva per il Sì hanno rivendicato di essere i nuovi Calamandrei (vedi l’onorevole Barani)Gli ultimi sondaggi diffusi, clandestini e non, hanno sempre dato il No in vantaggio anche se con uno scarto tra le posizioni che tende ad assottigliarsi. Gli occhi sono puntati sul voto estero che secondo Renzi vale il 3 per cento e potrebbe essere determinante per il risultato finale. Proprio da oltre confine sono arrivati negli ultimi giorni i racconti di procedure controverse esposte a facili brogli. Resta naturalmente l’incognita affluenza: il contenuto della riforma si è mostrato fin dall’inizio della campagna referendaria come molto tecnico e in tanti fino all’ultimo hanno dichiarato la propria indecisione. In molti casi a spingere alle urne sarà di fatto l’intenzione di esprimersi pro o contro il governo. E come sempre la vera incognita riguarda la mattina dopo il voto tra le strategie del leader Pd e il maalox che Grillo dice di essersi già comprato.

Gli italiani al voto con gli occhi puntati sull’estero- Il corpo elettorale, ripartito nei 7.998 Comuni e nelle 61.551 sezioni elettorali del territorio nazionale, è pari a 46.714.950 elettori, di cui 22.465.280 uomini e 24.249.670 donne. A questi vanno aggiunti i 3.995.042 elettori aventi diritto al voto per corrispondenza all’estero, di cui 2.077.455 uomini e 1.917.587 donne. Questi ultimi hanno già espresso la propria preferenza e, stando ai primi dati raccolti, il Paese con l’affluenza più alta è la Svizzera, dove hanno votato tra il 38 e il 42 per cento degli elettori aventi diritto. Proprio sul voto fuori confine si sono concentrate le polemiche degli ultimi giorni di campagna elettorale: da una parte Matteo Renzi ha ribadito che potrebbe valere il 3 per cento, dall’altra gli esponenti del No hanno denunciato rischi e anomalie delle procedure. Tanti sono i buchi nel sistema, dai pochi controlli al rischio brogli, e il timore è che le verifiche possano essere aggirate senza problemi.

Il quesito delle polemiche – “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”. E’ questa la domanda alla quale sono chiamati a rispondere gli italiani il 4 dicembre. La consultazione referendaria, prevista dalla Carta in caso di leggi costituzionali, mira a rendere definitivo il disegno di legge Boschi, già approvato in doppia lettura conforme da Camera e Senato. Trattandosi di un referendum confermativo non è previsto alcun quorum: è sufficiente la maggioranza dei votanti, indipendentemente da quanti elettori si recheranno alle urne. Alla fine del quesito ci sono due caselle, una con il ‘Sì’ e una con il ‘No’. Ogni cittadino dovrà barrare con una ‘x’ la propria scelta. Attorno al testo del referendum non sono mancate le polemiche politiche. Secondo le opposizioni, infatti, si tratterebbe di un quesito ‘ingannevole’ e per questo è stato oggetto di numerosi ricorsi giudiziari. Intervistato dal Corriere della Sera il 2 dicembre scorso, Renzi ha riconosciuto che “la semplice lettura del quesito può spostare 3 punti dal No al Sì”. Di fatto è la stessa Costituzione a stabilire il testo, è la replica del fronte del Sì. La legge 352 del 1970 su “Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo” stabilisce infatti all’articolo 16 che il quesito “consiste nella formula seguente: ‘Approvate il testo della legge di revisione dell’articolo… (o degli articoli …) della Costituzione, concernente … (o concernenti …), approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero … del … ?'”.

La riforma – Ci sono voluti due anni e sei letture tra Camera e Senato per avere il testo che modifica 40 articoli della Costituzione. Il primo disegno di legge è stato presentato l’8 aprile 2014 in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama e da lì ha cominciato l’iter che tra polemiche e defezioni ha portato alla legge Boschi così come viene presentata agli elettori. Il cuore del provvedimento riguarda la modifica del sistema bicamerale (leggi qui la guida del Fatto per gli indecisi), ma non mancano errori di sintassi, imprecisioni e pasticci che rischiano di creare una serie innumerevole di “mostri”. La riforma in sostanza prevede che la Camera dei deputati sia l’unica a votare la fiducia al governo, con i suoi 630 deputati eletti a suffragio universale. A Palazzo Madama resta il Senato della Repubblica, ma che sarà composto da 95 membri eletti dai Consigli regionali (21 sindaci e 74 consiglieri-senatori), più 5 nominati dal presidente della Repubblica. Sull’elezione dei futuri senatori porta la novità introdotta su richiesta della minoranza Pd. Saranno i cittadini, al momento di eleggere i Consigli regionali a indicare quali consiglieri saranno anche senatori. I Consigli, una volta insediati, saranno tenuti a ratificare la scelta. Perché questo sia effettivamente possibile sarà necessario approvare una legge ordinaria, la cui bozza è già depositata in Parlamento ma che non è ancora stata discussa. I senatori saranno ripartiti tra le Regioni in base al loro peso demografico: i consigli regionali eleggeranno con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti, con un sindaco per Regione. I nuovi senatori godranno delle stesse tutele dei deputati eletti direttamente dal popolo.

Cambiano poi le modalità di elezione del Colle e della Corte costituzionale. Il presidente della Repubblica sarà eletto dai 630 deputati e i 100 senatori. Per i primi tre scrutini occorreranno i 2/3 dei componenti, dal quarto invece si scende a 3/5. Dalla settima ai tre quinti dei votanti. I giudici della Corte costituzionali saranno eletti 3 dalla Camera e 2 dal Senato. Tra gli interventi previsti c’è anche l’abolizione del Cnel. Nella nuova Carta costituzionale non figurerà più il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, organo che attualmente serve come consulente nel redigere le leggi. Con l’abolizione del Cnel il ministero del Tesoro risparmia circa 20 milioni di euro. Vengono poi cancellate le province: scompare dalla Costituzione la parola Province, dopo la legge Delrio che aveva stabilito che non si dovevano più tenere le elezioni popolari provinciali. Tra le novità c’è anche il ricorso preventivo sulle leggi elettorali alla Corte costituzionale su richiesta di un quarto dei componenti: il provvedimento consente di evitare che il provvedimento sia dichiarato incostituzionale dopo che è già avvenuta l’elezione del Parlamento (come è successo con il Porcellum).

Nel disegno di legge di riforma costituzionale viene inoltre introdotto un quorum più basso sui quali sono state raccolte 800.000 firme anziché 500.000. La validità si baserà sulla metà degli elettori delle ultime elezioni politiche, invece della metà degli iscritti alle liste elettorali. Vengono introdotti con la riforma; una legge ordinaria ne stabilirà le modalità di attuazione. Si modificano anche le procedure per quanto riguarda le iniziative di legge popolare: salgono da 50.000 a 150.000 le firme necessarie per presentare un ddl. Però i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame, clausola che oggi non esiste.

Infine, cambiano anche le norme sul federalismo, con le materie di energia, infrastrutture strategiche e protezione civile che torneranno come competenze dello Stato. Inoltre, su proposta del Governo, la Camera potrà approvare leggi anche nei campi di competenza delle Regioni se di “interesse nazionale”.