“Sono io, sono io” ha detto al capo della Catturandi, il vice questore aggiunto Fabio Catalano. “A lei, invece, l’ho vista in televisione”. “E adesso sono qui per te”. È stata la risposta del capo della Mobile Francesco Rattà a Marcello Pesce, il latitante della ‘ndrangheta di Rosarno catturato stamattina all’alba nella sua abitazione, nel centro storico della cittadina in provincia di Reggio Calabria.

Con lui sono stati arrestati anche due favoreggiatori. Marcello Pesce non aveva armi con sé. Non ha opposto alcuna resistenza e ha riconosciuto l’abilità degli uomini del questore Raffaele Grassi. Condannato in appello nel processo “All Inside”,  deve scontare 16 anni e 2 mesi di carcere dove ha chiesto di portare i libri che aveva nel suo covo: Proust, Sartre ma anche Tosltoy e Camus.

Pesce non era uno ‘ndranghetista qualunque che si nasconde nei bunker. È un uomo che riesce ad abbinare la ferocia che ha sempre caratterizzato la sua cosca con la cultura. Viene descritto come uno stratega in grado di parlare il francese e altre lingue straniere con la stessa semplicità dell’italiano. Lo chiamavano “ballerino” per la sua capacità di muoversi con estrema facilità in Italia e all’estero anche durante la latitanza. Dalle indagini è emerso, infatti, che nei sei anni alla macchia, si è recato diverse volte in Francia.

Assieme alla famiglia Bellocco gestiva il traffico di cocaina (anche se non ha una condanna per droga) e il porto di Gioia Tauro considerata da sempre una dependance della cosca Pesce. “Un personaggio prestato alla criminalità organizzata” è il profilo fatto dal capo della Mobile Rattà. Ma allo stesso tempo un personaggio che ha utilizzato il suo carisma per diventare il punto di riferimento della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro.

Figlio di Rocco Pesce (ucciso nel 1969), il “Ballerino” stava per essere inserito nell’elenco dei primi 10 ricercati d’Italia. Il suo nome compare nelle carte giudiziarie già negli anni novanta quando fu coinvolto, assieme all’ex capo della loggia P2 Licio Gelli, in un’inchiesta antimafia e antidroga coordinata dall’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova.

Entrambi furono assolti nel 1995 ma già allora Marcello Pesce aveva dimostrato la sua predisposizione a seguire le orme del nonno, il boss defunto Giuseppe Pesce, classe 1923.

Negli anni, l’ormai ex latitante ha dato sempre prova di spessore criminale. Prima dell’inchiesta All Inside, infatti, Marcello Pesce fu promotore di un summit di ‘ndangheta per cercare la pace tra la sua famiglia e la cosca Bellocco. Tentò, in sostanza, di impedire che il dilagarsi di una faida partita con l’omicidio di un suo affiliato, Domenico Sabatino, e proseguita con i tentati omicidi di Vincenzo Asconte e di suo cugino Aldo Nasso, con l’agguato in cui morì Domenico Ascone e rimase ferito Michele Ascone, vicini al gruppo dei Bellocco.

“Oggi è una bellissima giornata. – è stato il commento del procuratore capo Federico Cafiero De Raho – Il blitz di oggi per noi è stato un grande punto interrogativo perché il luogo in cui è stato catturato era circondato di abitazioni di persone tutte vicino alla famiglia Pesce. C’era il rischio di un conflitto a fuoco. Non è stato facile operare in queste condizioni. Con il suo arresto la cosca perde il più importante punto di riferimento, il suo capo storico. Trovare un elemento sostitutivo, adesso non sarà semplice per i Pesce”.

E se pe il questore Raffaele Grassi, il boss finito nella rete dello Stato “è un capo strategico” per il procuratore aggiunto Gaetano Paci “l’arresto del latitante segna la fine dell’impunità. Marcello Pesce non si nascondeva nei bunker, non conduceva una vita da auto-sequestrato. Era acculturato come dimostrano i libri che abbiamo trovato e aveva una sua straordinaria mobilità. Con la sua cattura sarà possibile ripristinare la legalità in un territorio, come quello di Rosarno, che troppo spesso ha vissuto fuori dalle regole”. “È un personaggio che cercavamo da anni e l’abbiamo catturato nel suo regno. – ha aggiunto il capo della Mobile Rattà – Si è consegnato allo Stato”. Si è consegnato a “I detective selvaggi”, come il romanzo dello scrittore cileno Roberto Bolano che Marcello Pesce aveva sul comodino e stava leggendo prima di essere arrestato.