Due fascicoli. Uno ha già dato vita a un processo in Corte d’Assise. Dunque il reato non è nemmeno per idea bagatellare, ma è grave, un omicidio premeditato, e in questo caso c’è un imputato. E poi ce n’è un altro, di fascicolo, in cui l’imputato di cui sopra, sempre lo stesso, è ancora “soltanto” indagato. E sempre lo stesso è il pubblico ministero. Anche il delitto – l’omicidio di Bruno Caccia – non è che possa cambiare più di tanto. Roba da rompicapo giudiziario o, poco poco, da stress test del codice penale e di procedura penale con tanto di giurisprudenza citata.

Eppure la vicenda – l’omicidio del procuratore di Torino, consumato il 26 giugno 1983 – avrebbe dovuto essere trattata diversamente. Come dovrebbe essere trattata ogni vicenda giudiziaria in cui ci sono vittime, parenti delle vittime e persone sottoposte a giudizio che sono innocenti fino a sentenza definitiva. Un insieme di umanità che, partendo dalla specificità della propria posizione, merita tutta l’attenzione possibile perché il carcere è il carcere, un’accusa è terribile e un innocente in galera non serve a nessuno. Come a nessuno serve la scarcerazione – richiesta e stoppata – di un sospetto colpevole contro cui si può usare ormai poco.

E dire che le indagini – i cui risultati in buona parte oggi non sono più utilizzabili perché il fascicolo a carico del presunto assassino, il panettiere Rocco Schirripa, è stato aperto senza chiedere la riapertura delle indagini a carico dello stesso Schirripa, archiviate nel 2001 – avevano pure il loro fascino, dal punto di vista dell’osservatore: la provocazione delle lettere anonime scritte dagli agenti della squadra mobile, l’infezione dei cellulari con software ad hoc per ascoltare le reazioni di chi si presume sappia qualcosa del delitto, l’amo tecnologico che sembra arpionare il palato del sospetto, le manette.

Quando esplode il bubbone – la mancata richiesta di riapertura delle indagini, la cui verifica viene sollecitata dal legale della famiglia Caccia, l’avvocato Fabio Repici – occorre correre ai ripari. Così, in extremis, si fa tutto come procedura comanda – richiesta di riapertura, gip, decreto, fermo di indiziato di delitto – in base a prove raccolte prima di una data specifica, il 25 novembre 2015, quando Schirripa viene iscritto nel registro degli indagati prima di essere arrestato, quasi un mese dopo.

Ora, senza addentrarsi nei meandri scivolosissimi dei codici su cui sono inciampati gli addetti ai lavori, che ne resta della ricostruzione di un omicidio eccellente compiuto dalla ‘ndrangheta nella Torino d’inizio anni Ottanta? Di certo resta la storia di Bruno Caccia, 66 anni ancora da compiere, un magistrato integerrimo che uscì una domenica sera con il cane. Niente scorta perché anche gli agenti che lo proteggevano – riteneva lui – avevano diritto alla propria vita. Ma di altrettanto certo c’è che quando Caccia tornava verso casa gli si accostò un’auto da cui partirono 14 colpi d’arma da fuoco più tre di grazia.

Il boss di Moncalieri, Domenico Belfiore, condannato come mandante, ha già avuto i suoi processi. Ma come Repici e i figli di Caccia hanno sempre sostenuto, mancano ancora diversi elementi che consentano di fare piena luce sul delitto Caccia. E a questo punto qualche dubbio viene, sulla possibilità di farlo, ben prima della “consunzione naturale” di Schirripa e di chiunque altro possa venire indagato, consegnando definitivamente quell’omicidio all’ampio faldone dei “misteri italiani“, almeno dal punto di vista giudiziario. Quando, invece, avrebbe potuto finire diversamente.