Scarcerato e nuovamente fermato. Rocco Schirripa,il panettiere accusato dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia, il magistrato ucciso a Torino nel 1983, aveva appena messo piede fuori il carcere di Opera su ordine della Corte d’Assise di Milano, quando la polizia gli ha notificato un nuovo decreto di fermo firmato dalla Procura di Milano con la stessa contestazione: omicidio. “In astratto si può fare – spiega al fattoquotidiano.it – l’avvocato Basilio Foti – quando sussistono gravi indizi e pericolo di fuga, ma ancora non ho letto il decreto”. “Siamo pronti a discutere per rendere chiaro che le prove illegittime non sono prove e non valgono nulla” ha detto in aula l’avvocato Mauro Anetrini che, con il collega Foti, difende il 63enne.

Per Schirripa, arrestato il 22 dicmebre 2015, è arrivata la scarcerazione perché per un errore procedurale commesso dagli stessi inquirenti non era stata chiesta la riapertura delle indagini. Un passaggio obbligato in quanto l’uomo era già stato indagato per lo stesso reato e archiviato nel capoluogo lombardo 15 anni fa. La scarcerazione richiesta sabato scorso dallo stesso pm Marcello Tatangelo, che fa parte della Dda guidata da Ilda Boccassini, dopo che il magistrato si è accorto dell’esistenza di un altro fascicolo già archiviato e ha preso consapevolezza della svista procedurale sulla mancata richiesta al gip di riapertura delle indagini. La procura di Milano però ha già chiesto e ottenuto, nel giro di pochissimo tempo, la riapertura delle indagini. È stato iscritto nel registro degli indagati nuovamente Rocco Schirripa e poi in mattinata è arrivato il fermo a suo carico. Domani la corte d’assise di Milano, che in mattinata aveva ordinato la scarcerazione, dovrà decidere sul processo a suo carico. Intanto l’Ispettorato del ministero della Giustizia, su richiesta del ministro Andrea Orlando, ha intanto avviato accertamenti preliminari in merito all’iter procedurale e alle misure adottate nei confronti di Schirripa.

I giudici dell’Assise: “Vizio procedimentale”
“L’inosservanza di quanto previsto dalla norma… comporta l’insorgenza di un vizio procedimentale che – scrivono i giudici nel provvedimento di scarcerazione – si riflette su tutti gli atti compiuti successivamente che si riflette su tutti gli atti compiuti successivamente a tale indebita iscrizione nel registro delle notizie di reato“. Ma non solo i magistrati citano il principio del ne bis in idem che mira “a evitare reiterazioni del procedimento con riferimento a uno stesso fatto, fino a quando non emergano esigenze di nuove investigazioni da valutarsi in sede di autorizzazione alla riapertura delle indagini”. Secondo i giudici che citano alcune sentenze della Cassaazione anche a sezioni Unite: “Emesso il divieto di archiviazione, quindi, in capo all’ufficio del pubblico ministero, che l’ha precedentemente richiesto, sussiste il divieto tanto di agire quanto di compiere atti di indagine sullo stesso fatto e nei confronti della medesima persona”. Quel decreto di archiviazione “costituisce fatto preclusivo al compimento di ulteriori atti procedimentali da parte del medesimo ufficio”

Dda vorrebbe salvare atti effettuati quando fascicolo senza indagati
La Dda vorrebbe salvare atti e accertamenti, tra cui anche alcune intercettazioni, effettuati quando il fascicolo era ancora a modello 44, ossia con ipotesi di reato ma senza indagati e, quindi, Schirripa non era ancora stato iscritto. Con questi atti gli inquirenti vorrebbero portare avanti l’indagine che per arrivare all’arresto del presunto esecutore materiale (il mandante Domenico Belfiore è già stato condannato all’ergastolo in via definitiva) si era avvalsa anche di un innovativo ‘virus’ inoculato negli smartphone e di una finta lettera anonima. Come ha scritto il pm Tatangelo nella richiesta di scarcerazione, però, sono “affetti da inutilizzabilità” tutti “gli atti del procedimento successivi al momento in cui si sarebbe dovuto procedere alla richiesta di riapertura del procedimento”, e “dunque nel nostro caso tutti gli atti successivi al 25 novembre del 2015”, giorno in cui Schirripa (arrestato il 21 dicembre successivo) venne iscritto nel registro degli indagati.

La difesa: “Inutilizzabilità riguarda tutti gli atti”
Per la difesa dell’imputato, invece, l’inutilizzabilità riguarda tutti gli atti compiuti dopo l’archiviazione del fascicolo. “Noi dobbiamo fare in modo – ha scritto su Facebook l’avvocato Mauro Anetrini, che difende Schirripa con il legale Basilio Foti – che finisca una volta per tutte che una persona non abbia notizia, neppure a cose finite, di una indagine che la riguarda. Non va bene perché, se mai lo avessimo saputo, avremmo proposto l’eccezione (dell’inutilizzabilità degli atti, ndr) molti mesi fa, risparmiando, all’imputato, una lunga ed inutile carcerazione preventiva”. La Procura è arrivata a scoprire l’esistenza del fascicolo archiviato solo perché il legale della famiglia Caccia, Fabio Repici, ha depositato quattro giorni fa una memoria “nella quale chiedeva di verificare se gli interrogatori resi negli anni 1995-1996 da Vincenzo Pavia (un pentito, ndr) al pm di Torino fossero stati formalmente trasmessi al pm di Milano” e se ci fosse stata un’indagine. Gli inquirenti hanno così scoperto che quell’inchiesta c’era stata. Il 13 novembre del 1996, infatti, la Procura di Torino trasmise un fascicolo senza ipotesi di reato né indagati ai colleghi milanesi. Lo stesso giorno, come verificato dal pm Tatangelo, il pm dell’epoca della Dda Giovanni Battista Rollero iscrisse nel registro degli indagati Schirripa e altre quattro persone per l’omicidio Caccia, indagine che è poi stata archiviata il 21 febbraio del 2001 dal gip. Del fascicolo, però, la Procura non sapeva nulla, probabilmente per un errore di ricerca negli archivi dei procedimenti penali.