Certificati anti-Cpr, il medico indagato: “Era tutto alla luce del sole”. I legali: “Nessun falso, ma giudizi di valore”
Il nuovo medico indagato nell’inchiesta sui presunti falsi certificati “anti-Cpr” respinge l’accusa: “Non abbiamo fatto partire un’associazione che istigava i medici a fare dei certificati falsi”. Nicola Cocco, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) e della rete Mai più lager-No ai Cpr, è intervenuto durante una conferenza stampa a Milano. “Abbiamo costruito una campagna che ha portato a discutere in questo Paese della patogenicità di questi luoghi, dove le persone soffrono, subiscono violenze e muoiono”, ha spiegato. Una campagna che, sostiene, “ha sempre operato sotto la luce del sole, con incontri pubblici, con la partecipazione a convegni, a congressi, con la pubblicazione di articoli” ed era “volta ad alimentare un dibattito pubblico e una presa di posizione per i medici, di certo non a commettere degli illeciti”.
L’infettivologo ha rivendicato anche la propria posizione sulla valutazione sanitaria: “Io non firmerei il certificato ‘idoneo’, o meglio: io certificherei che nessuno è idoneo per il Cpr”. Ma ha precisato di non avere mai firmato certificati di questo tipo: “Non lavoro in quei contesti dove si firmano i certificati, sono un esperto di medicina delle migrazioni, sono un infettivologo e mi sono messo a disposizione di questa campagna per far emergere la patogenicità dei Cpr e mi ritrovo a essere considerato il capo di un’organizzazione a delinquere”. Ha parlato anche delle bozze di certificazione richiamate nell’inchiesta. “I fantomatici precompilati sono in realtà delle bozze di documenti che fanno parte della documentazione della campagna”, ha sostenuto, spiegando che contenevano pareri di bioeticisti ed esperti di filosofia del diritto, riferimenti al Codice deontologico e alla normativa sul consenso informato. “Noi abbiamo raccolto tutti questi aspetti”, ha spiegato. È proprio la natura di questa campagna e della bozza di certificazione di non idoneità, tuttora disponibile online, uno dei nodi della nuova inchiesta: per l’accusa, insieme a riunioni, chat e alla diffusione del modello in diverse città, sono elementi di un presunto coordinamento finalizzato alla produzione di falsi; i promotori li rivendicano invece come strumenti pubblici di sensibilizzazione e valutazione sanitaria.
Cocco contesta anche l’interpretazione data dagli investigatori alla “mappatura” citata negli atti. “La mappatura, come hanno avuto modo di vedere gli agenti della Squadra mobile durante la perquisizione, è una mappa di Google Maps dove io ho segnato i vari posti, ospedali o università, da dove siamo stati contattati da medici, studenti o altre figure sanitarie per fare dei momenti di incontro pubblici”. E aggiunge: “Mai fatto nulla di carbonaro. Non ho mai avuto purtroppo degli elenchi di medici militanti che facevano delle non idoneità”. Ancora: “Magari avessi avuto gli strumenti per fare una cosa così come la sta cercando la Procura di Ravenna, bella strutturata, con tanti nomi, con tanti certificati”, ha proseguito. Già a febbraio, quando l’indagine riguardava i medici dell’ospedale di Ravenna, in un’intervista rilasciata al Fatto Cocco aveva dichiarato che “se un medico conosce l’evidenza scientifica sulla patogenicità della detenzione amministrativa, non può ignorarla nell’atto clinico”. E già allora aveva definito “difficilmente ripetibili” valutazioni riferite a un preciso momento della vita del paziente. Questione sulla quale torna oggi: “Non credo nemmeno che quelle persone siano più a disposizione e in ogni caso chi ha fatto nuove valutazioni? Chi ha stabilito che i certificati siano falsi? Un altro medico? C’è stata una contro-perizia medica di quel paziente? – ha affermato – E poi, da un caso, due o tre casi specifici, si può ricostruire l’esistenza di un’associazione addirittura con un sistema che produce falsi a livello nazionale?”. “In ogni caso – ha ribadito – la campagna dei medici sulla questione delle idoneità non ha mai detto o consigliato o adombrato la possibilità di fare dei falsi. Anzi, la campagna nasce con l’obiettivo di evitare i falsi”.
A prendere posizione sono anche alcuni dei legali degli indagati, che parlano di indagine che “pone l’uso della forza al servizio di un’idea politica: l’idea per la quale chi ascolta la voce degli ultimi e più fragili vada sanzionato perché quella voce infastidisce e va silenziata”. Lo scrivono in una nota gli avvocati Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Mariaelena Monaco, Salvo Tesoriero e Maria Virgilio sostengono che “non ci sono falsi nei certificati di inidoneità emessi dai medici infettivologi ma giudizi di valore” e contestano anche la nuova ipotesi associativa: “Non c’è, sullo sfondo, un’associazione criminale ma condivisione dell’alta dignità e responsabilità del ruolo del medico di fronte alla fragilità”. I difensori giudicano inoltre “palesemente sproporzionate” le modalità delle perquisizioni e dei sequestri eseguiti in tutta Italia e ribadiscono che “il medico non è un ausiliario delle politiche di sicurezza di uno Stato ma un professionista della cura”. E concludono: “La difesa dei diritti – i diritti di tutti – deve muovere allora la reazione fiera, in primo luogo dei giuristi, contro un’idea del mondo che calpesta quotidianamente i più deboli e che si esprime attraverso un controllo burocratico cavalcato dal sensazionalismo dei media e dall’arroganza di una parte della politica”.