Il presunto omicida del procuratore capo di Torino Bruno Caccia potrebbe tornare presto davanti ai giudici. La Procura di Milano ha chiuso l’inchiesta su Rocco Schirripa, 63enne di Gioiosa Ionica trapianto in Piemonte, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio avvenuto il 26 giugno 1983. Il pm Marcello Tatangelo ritiene di aver abbastanza prove per andare a processo saltando l’udienza preliminare, motivo per cui ha chiesto il giudizio immediato contro il panettiere-padrino con una lunga carriera nella criminalità organizzata a cui non avrebbe mai posto fine.

Schirripa è finito in carcere lo scorso 22 dicembre, arrestato dagli uomini della squadra mobile della questura di Torino guidati dal dirigente Marco Martino. Gli agenti hanno condotto l’indagine dopo gli esposti presentati dall’avvocato Fabio Repice per conto dei familiari di Bruno Caccia che chiedevano nuovi approfondimenti. Se l’avvocato Repice puntava il dito contro la mafia siciliana, gli investigatori si sono concentrati sulla ‘ndrangheta, che avrebbe voluto far fuori il magistrato che si era messo di mezzo ai loro affari. La svolta che ha potuto portare all’individuazione del presunto esecutore dell’omicidio è arrivata in estate, quando il vecchio boss calabrese Domenico Belfiore è uscito dal carcere e, per motivi di salute, è stato messo ai domiciliari nella sua casa di Chivasso, non distante dal capoluogo piemontese.

Da quel momento è tornato in contatto con i parenti, tra cui c’è il cognato Placido Barresi, inizialmente ritenuto tra i responsabili dell’assassinio di Bruno Caccia, ma sempre assolto. A quel punto gli investigatori hanno utilizzato un trucco: hanno inviato ai due uomini e a Schirripa una lettera anonima con un vecchio articolo de La Stampa e un messaggio: “Omicidio Caccia: Se parlo andate tutti alle Vallette. Esecutori: Domenico Belfiore, Rocco ‘Barca’ Schirripa. Mandanti: Placido Barresi, Giuseppe Belfiore, Sasà Belfiore”. La lettera ha sollevato i loro timori e sospetti e così Belfiore e Barresi, intercettati grazie a un virus inoculato su tablet e smartphone, hanno cominciato a parlare di quella missiva, a chiedersi chi possa averla inviata e, soprattutto, hanno temuto che qualcuno potesse incastrare Schirripa e non gli altri Belfiore citati nel messaggio.

Il panettiere-padrino viene convocato da loro, Barresi lo incontra e gli spiega le sue preoccupazioni. Schirripa giura: “Non ho parlato proprio con nessuno nessuno nessuno”, ma non è vero. Ne ha parlato con Rocco Piscioneri, un suo amico, e ora Schirripa non ci dorme la notte. Il cognato del boss vuole sapere chi può aver spifferato l’informazione “perché se io lo individuo è una cosa che mi sbrigo io. Me lo tolgo dai piedi”, dice. Il panettiere gli risponde: “Ma tu vedi di individuarlo, che poi … non ti preoccupare”. All’incontro successivo Barresi cerca di allentare la tensione: “Ti sei fatto trent’anni tranquillo, fattene altri trenta tranquillo”, gli dice facendogli intendere che tutto terminerà con la prescrizione del reato. Schirripa medita di “cercare una sistemazione” così può “dormire tranquillamente”. Forse pensa a una fuga, fatto sta che il 22 dicembre scattano gli arresti nel carcere di Opera, confermati dal tribunale del riesame il 20 gennaio: “Mai trapela una frase sulla sua estraneità o lo stupore per essere indicato nella missiva quale esecutore materiale”, scrivono i giudici milanesi nel provvedimento.

Intanto si aspetta la decisione della Cassazione, mentre – si apprende dall’edizione locale de La Stampa – il suo difensore, Basilio Foti, intende chiedere un processo con il rito ordinario di fronte alla corte d’assise. Schirripa ritiene di potersela giocare e dimostrare che il 26 giugno 1983 era in Calabria con la sua figlioletta mentre il procuratore capo di Torino veniva ucciso a pochi metri da casa sua, primo e unico magistrato ucciso dalla mafia al nord.