Retribuzione estremamente basse, a volte peggiori che in Cina. Violazioni delle leggi sul pagamento degli straordinari e assenza del sindacato nelle fabbriche. Mancanza di tutele per la salute e la sicurezza e zero dibattito pubblico sulle condizioni di lavoro. È una fotografia a tinte fosche quella scattata dal rapporto ‘Il lavoro sul filo di una stringa‘, curato da Public Eye ed Ens, all’interno della campagna Change Your Shoes di Abiti Puliti. Perché nelle aziende dell’Est Europa fornitrici di grandi marchi europei – tra cui ci sarebbero le italiane Geox e Bata, la spagnola Zara e la tedesca Deichmann – le condizioni di lavoro sono spesso borderline e “le violazioni continue”, anche grazie al silenzio dei governi e degli acquirenti internazionali. Chi lavora in un calzaturificio alla periferia di Valona, non se la passa meglio di un collega impegnato nella produzione di polacchine e stivaletti in una sperduta provincia cinese. Sia sotto il profilo del salario che delle condizioni ambientali. E lo stesso accade in Polonia, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Romania e Slovacchia. Con la differenza che in questi casi siamo alle porte dell’Europa Occidentale e che il quadro normativo dell’Ue incentiva le aziende ad appaltare alcune fasi della produzione in questi Paesi “in via di sviluppo”, come vengono definiti dall’Ocse.

120mila addetti per ‘aiutare’ il Made in Europe. È sulle regole già blande che si innestano poi gli abusi dei datori di lavoro, prima che le scarpe rientrino in Italia, Spagna, Portogallo e Germania e finiscano nelle vetrine scintillanti dei negozi. Una triangolazione – denuncia Abiti Puliti – nella quale hanno la peggio i lavoratori dei Balcani. “L’Italia rappresenta il 50% della produzione comunitaria, seguita dalla Spagna, dal Portogallo e dalla Romania – si legge nel report – Tuttavia, non sempre il processo manufatturiero è realizzato per intero nel Paese che immette il prodotto nel mercato. Molte fasi della lavorazione vengono affidate a Paesi a basso reddito nell’Europa centrale e orientale”. Dove si annidano condizioni di lavoro borderline, nonostante sia “opinione diffusa fra i consumatori dell’Europa occidentale che ‘Made in Europe’ sia sinonimo di migliori condizioni di lavoro rispetto ai paesi produttori asiatici”. Invece i 120mila addetti con regolare assunzione nei sei Stati presi in esame non se la passano meglio di un collega cinese.

“Salario più dignitoso in Cina che in Albania”. Il salario minimo legale in Albania è di 140 euro, cinque in più vengono garantiti a un macedone; in Romania sono 156, mentre in Bosnia si arriva a 164. Polonia e Slovacchia, rispettivamente con 318 e 354 euro, potrebbero apparire all’avanguardia, ma quelle cifre rappresentano appena il 32 e il 36 per cento di un salario dignitoso per una famiglia di 4 persone, secondo quanto stimato dagli stessi lavoratori. E negli altri quattro paesi va ancora peggio, con percentuali che oscillano tra il 19 e il 24%. “La distanza – sottolinea Abiti Puliti – è più ampia, talvolta nettamente più ampia, di quanto non accada in Cina”. E non è detto che il salario minimo legale venga raggiunto. I dati raccolti tra le lavoratrici albanesi stimano che un terzo degli addetti non riesca a portarlo a casa anche sommando le maggiorazioni per straordinari e premi. “Le lavoratrici di cinque su sei dei paesi esaminati hanno dichiarato che talvolta, e in alcuni casi anche di frequente, lavorano di sabato e che quel giorno non è considerato straordinario”. Ma il salario rappresenta solo il primo di una lunga serie di problemi.

Sindacati assenti e sostanze tossiche. Le organizzazioni sindacali latitano, così nessuno si interessa delle condizioni degli addetti alla produzione delle calzature. Eppure anche le modalità di lavoro delle fabbriche sono da censura, secondo il report. Un impianto macedone è diventato un caso di studio: vi lavorano circa mille persone, in maggioranza donne, che segnalano Geox, Bata e Deichmann tra i marchi appaltanti il lavoro. “I dipendenti soffrono di vari disturbi, per esempio reumatismi, mal di schiena, allergie, bronchiti”, afferma Abiti Puliti. I problemi sarebbero causati “dall’uso di colle e sostanze tossiche particolarmente aggressive” e i dispositivi di protezione individuale non vengono forniti regolarmente. “Lavoro qui da 15 anni e solo due volte ci hanno consegnato le attrezzature. Con il lavoro che facciamo, dovremmo riceverle almeno due volte all’anno”, dichiara una delle intervistate. Riscaldamenti e condizionatori sono un optional per pochi e nei periodi in cui aumentano le commesse, i ritmi di lavoro sono serrati.

La storia di Suzana. Il tutto per riuscire a portare a casa il minimo indispensabile per fare la spesa. Suzana (nome di fantasia) è una lavoratrice bosniaca di 37 anni. Lavora dal 2012 in un calzaturificio ed è disposta a raccontare la sua storia alle ricercatrici: “Lavoro 45 ore al mese per completare la mia quota di produzione, di regola sono in fabbrica un sabato sì e uno no. Non ricevo premi se produco di più, ma vengo penalizzata se non arrivo a quanto prefissato. Quando mi sono assentata per i problemi respiratori di cui soffro, mi è stata fatta una trattenuta di 51 euro su un salario che non supera i 215 – spiega –  Quei soldi li spendo quasi completamente in generi alimentari, circa 204 euro al mese, per l’acqua se ne vanno circa 51, tra telefono ed internet eccone altri 41. L’arrivo dell’inverno aggrava la situazione, perché spendiamo circa 358 euro per l’acquisto della legna che serve per riscaldare la nostra abitazione”.

L’appello: “Attenzione ai diritti umani”. Storie dure, che hanno spinto gli autori e i ricercatori a raccomandare “agli acquirenti internazionali (marchi e distributori) di mettere in atto in tutte le loro attività un processo serio di due diligence in materia di diritti umani” al fine di identificare, prevenire, mitigare e rendere conto “degli impatti negativi, potenziali ed effettivi, sui diritti umani”. Secondo Abiti Puliti, i principali interventi devono consistere “nel pagare prezzi ai propri fornitori che consentano, come prima misura, di aumentare le retribuzioni fino a un livello pari ad almeno il 60% della media salariale nazionale per proseguire con aumenti graduali e constanti fino al raggiungimento del salario dignitoso”.

Geox: “Grande attenzione”. Ilfattoquotidiano.it ha contattato Geox, Bata e Deichmann che sui rispettivi siti internet rivendicano grande attenzione riguardo gli standard qualitativi e sociali dei propri fornitori e mettono in evidenza i propri codici etici e di condotta. Pagine di buone intenzioni che stridono di fronte ai numeri e alle testimonianze del report. Geox, precisando di “non essere più presente in Macedonia dall’inizio del 2016 e di avere solo quote limitate di produzione outsourcing in Albania”, afferma di aver concentrato “la quasi totalità della produzione in Serbia, dove abbiamo inaugurato un nostro impianto con 1.200 dipendenti, i cui stipendi supereranno del 20% il minimo imposto per legge”.

Replica anche Deichmann: “Premesso che in un precedente report dello scorso luglio, eravamo stati inseriti tra le aziende più virtuose, in questo invece ritroviamo accuse nei confronti di un produttore di scarpe in Macedonia che lavora per Lenci, il nostro fornitore italiano di scarpe. Solo due giorni lavorativi prima del lancio ufficiale del rapporto siamo stati informati circa le accuse riguardanti la fabbrica macedone – spiega l’azienda – Abbiamo iniziato a esaminare immediatamente la situazione, anche se lo scorso maggio la stessa fabbrica ha passato tutte le verifiche dell’audit Tuv Rheinland. Abbiamo anche chiesto a Clean your shoes di condividere con noi le interviste realizzate, ma non ci è stato concesso”. Nessuna risposta è invece ancora pervenuta da parte di Bata.