Donald Trump “non conosce il mondo” e la sua elezione è “potenzialmente pericolosa”. I toni sono quelli della campagna elettorale che ha portato a sorpresa alla Casa Bianca il miliardario di New York, ma le affermazioni arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico, da Bruxelles. Dal presidente della Commissione Europea in persona, Jean-Claude Juncker.

“Con Trump perderemo due anni: il tempo che faccia il giro del mondo che non conosce“, ha risposto il capo dell’esecutivo europeo a una studentessa nel corso dell’incontro “Batisseurs d’Europe” (“Costruttori d’Europa”), a Lussemburgo, videotrasmesso dai servizi audiovisivi della Commissione. “E’ vero – ha aggiunto – che l’elezione di Donald Trump pone il rischio di vedere gli equilibri intercontinentali disturbati nei loro fondamenti e nella loro struttura. Detto questo, ho una lunga vita politica alle spalle e ho lavorato con quattro presidenti Usa”.

“Gli americani – continua Juncker, in quello che si configura come un attacco dell’establishment europeo all’uomo che ha conquistato la presidenza degli Stati Uniti presentandosi come nemico dell’establishment statunitense – in generale non hanno alcun interesse per l’Europa: questo è vero per la classe dirigente e per l’America profonda. Non conoscono l’Europa. Trump ha detto durante la campagna elettorale che il Belgio è un villaggio da qualche parte in Europa. Quindi, bisognerà che insegniamo al presidente eletto che cos’è l’Europa e quali sono i suoi principi di funzionamento”.

L’elezione del miliardario newyorkese “pone delle questioni con conseguenze” potenzialmente “perniciose – ha concluso il capo dell’esecutivo europeo – perché viene messa in questione l’alleanza transatlantica e quindi il modello sul quale si poggia la difesa dell’Europa”. Inoltre, il nuovo presidente eletto “ha delle attitudini nei confronti dei migranti e degli statunitensi non bianchi che non rispettano le convinzioni e i sentimenti europei”.

Parole che stridono con quelle, dettate da finalità diplomatiche, spese da Juncker poche ore dopo l’ufficializzazione della vittoria di Trump alle presidenziali: “Congratulazioni – si felicitava su Twitter – solo attraverso una stretta cooperazione Usa e Ue continueranno a fare la differenza nell’affrontare sfide senza precedenti”.

 

L’affondo arriva nel giorno in cui l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, fa sapere di aver invitato il nuovo presidente Usa a Bruxelles. “Gli Stati Uniti sono un partner strategico – spiegano fonti Ue – vogliamo continuare a lavorare con loro, a questo punto siamo assolutamente impazienti di entrare in contatto col gruppo di transizione. Abbiamo già invitato il presidente eletto. Mogherini vuole andare molto presto. E così potremo ascoltare quali sono le posizioni”. Per il viaggio di Lady Pesc, tuttavia, non sono state fissate date. E Washington per il momento non ha ancora risposto all’invito, anche se – viene fatto osservare – risale solo ad uno o due giorni fa.

Ostilità nei confronti del presidente eletto ha mostrato fin dalle prime ore anche François Hollande, con il quale il futuro capo della Casa Bianca ha avuto un colloquio telefonico nel pomeriggio. I due, ha fatto sapere l’Eliseo, condividono “la volontà di lavorare insieme”. La conversazione è durata sette-otto minuti e si è tenuta in “buone condizioni”. “I due leader hanno convenuto di discutere insieme su una serie di questioni chiave per chiarire le posizioni, come ‘guerra al terrore‘, Ucraina, Siria, accordo sul nucleare e accordo sul clima“.

Anche Angela Merkel, ha fatto sapere il governo tedesco, ha parlato in mattinata con Donald Trump, e “sulla base dei rapporti tradizionalmente molto buoni e amichevoli fra i due paesi, ha promesso al presidente designato una stretta collaborazione. E’ lieta di potergli dare il benvenuto in Germania al più tardi per il vertice del G20 dell’anno prossimo”.

Sull’altro lato dell’Atlantico, intanto, il team di Trump avanza una precisa, quanto irrituale, richiesta a Barack Obama, ammonendolo, alla vigilia del suo viaggio in Europa, a non fare passi rilevanti in politica estera durante la transizione perché potrebbe “mandare segnali contrastanti“. “Sulle questioni grandi, trasformative in cui il presidente Obama e il presidente eletto Trump non sono allineati, non penso che sia nello spirito della transizione tentare di far passare punti dell’agenda contrari alle posizioni” di Trump, ha confidato a Politico.com un suo consigliere per la sicurezza nazionale.

“Sarebbe non solo controproduttivo, ma manderebbe anche segnali contrastanti”, ha aggiunto. Un monito lanciato alla vigilia del viaggio di Obama in Germania (dove il presidente ancora in carica  parteciperà ad un vertice con Merkel, Hollande, Renzi, Rajoy e May per riconfermare l’impegno verso l’Europa e la Nato), Grecia e Perù. Prima che Trump vincesse le elezioni, nei circoli democratici di politica estera si ipotizzava che Obama avrebbe potuto fare un ultimo tentativo per rilanciare i colloqui di pace israelo-palestinesi e spingere forte sul Congresso per l’approvazione dell’accordo commerciale trans-pacifico (Tpp). Ma secondo l’entourage di Trump, Obama non dovrebbe neppure pensare di fare passi del genere.