In Italia, prima ancora del Sì o No al Referendum Renzi, la più divaricante dicotomia politica, culturale, ed antropologica, si è svolta su un “terreno” ben più concreto come la TAV. No TAV o Sì Tav, l’Italia di fine novecento, e inizio anni duemila, si è letteralmente spaccata sul tema come per nessun altro aspetto della vita sociale del paese. Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui, si sa, sta dalla parte del No. E il suo nuovo libro, Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi), dimostra la clamorosa consistenza della sua tesi. Copertina di Zerocalcare, corredato giustamente (e finalmente) da una cartina dettagliata della Valle di Susa (a proposito, noi scriviamo Valle di Susa come nella cartina medesima), Un viaggio che non promettiamo breve è un immenso baule di informazioni e testimonianze, un approfondimento orientato e partigiano sì, ma assolutamente inoppugnabile dell’artificiosa, deleteria e velenosa vulgata/mantra delle Grandi Opere, e dell’annesso concetto dell’ “alta velocità” a cui siamo sottoposti da 30 anni a questa parte. Un’opera che mescola la forma del romanzo e del saggio, gli stilemi della cronaca e dell’epica, il pulviscolo del dettaglio microscopico teso a schiacciare la grande narrazione senza intoppi del neocapitalismo mondiale. Non una battaglia letteraria di retroguardia però; bensì un vero e proprio manifesto etico del presente che ricorda i versi di A muso duro di Pierangelo Bertoli, “con un piede nel passato, e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

I “movimenti” in avanti e all’indietro per questi 25 anni di lotta No Tav sono divisi da Wu Ming 1 in tre segmenti del libro. Il primo (Aura) quello che fa auscultare da vicinissimo il respiro della resistenza e della ribellione dei valsusini fino alla creazione nel 2011 della “Libera Repubblica della Maddalena”; il secondo (Biogramma, Quadrivium) prova a sbrogliare la matassa concettuale e lessicale di Grande Opere e Alta Velocità mostrandone angolazioni inedite e inqualificabili sperperi di denaro pubblico; il terzo (Musica su due dimensioni, Serenata per un satellite) dove si riannodano i fili della contemporaneità con gli effetti di arresti, maxiprocessi, e misure draconiane contro i manifestanti No Tav post 2011, e ancora il prolungamento delle azioni dei valligiani, quel “nessuno era riuscito a spazzarli via” rilevato trionfalmente nel luglio del 2016 a conclusione del libro.

Centrodestra o centrosinistra al governo nazionale, Prodi o Berlusconi alla presidenza del consiglio, Lunardi o Di Pietro alle Infrastrutture, lo snodo “strategico” della Torino-Lione, con i manganelli o i tavoli di concertazione, sta dentro l’agenda dell’esecutivo italiano da decenni. E’ quell’ “entità” lovercraftiana con cui l’autore dialoga scherzosamente nelle pagine di Un viaggio… che si dirama come un mostro dai mille tentacoli con le sembianze di finte aziende private, e un reale indebitamento dello stato, nel contendersi un pezzo d’Italia, un angolo di Piemonte, che a sua volta non ha mai abbassato la guardia mobilitando decine di migliaia di persone per la propria difesa. Wu Ming 1 si interroga sul senso del conflitto, sui limiti pratici della protesta, prendendo a prestito fonti scritte (i libri di Chiara Sasso, Binario Morto di Luca Rastello e Andrea De Benedetti, i saggi di Ivan Cicconi), testimonianze orali degli abitanti della valle piemontese senza mai avere una star al centro del racconto, stralci di quotidiani, fatti verificati in prima persona.

E così se la celebrazione romanzata della lotta in valle, logica conseguenza collettivista di un luogo/spazio in cui il senso di comunità ha ancora un valore antico ed egualitario tra esseri viventi, viene evocata nella prima parte del libro con il ritmo e la magmaticità delle migliori narrazioni dei Wu Ming, è quel blocco centrale in cui l’elencazione e la sottolineatura sulla dannosità, l’inutilità e l’imposizione dall’alto della scatola vuota delle Grandi Opere a provocare ancor più spavento firmato Lovercraft. Dopo aver spiegato meglio di sociologi e politologi il carpiato socio-culturale della base ex comunista tra Toscana ed Emilia Romagna (unico segmento geografico in cui una Tav s’è fatta), lì dove il consenso popolare operaista si è trasformato in appoggio incondizionato alle cooperative rosse (vedi Cmc di Ravenna) che traforano valli, monti e crinali, l’analisi di Wu Ming 1 è impietosa nel ri-tracciare con il respiro del reportage il fallimento del “Corridoio 5”, il cosiddetto Lisbona-Kiev che paradossalmente non ha più quel capo e quella coda, come le decine di proteste disseminate lungo l’Italia (da Vicenza ad Alessandria) che si oppongono ai disegni improvvisati e frenetici di Alta Velocità a tutti i costi. Quelle stime di traffico impossibili nel futuro avanti di decenni, quel paradosso di un progresso e di una ragion di stato intangibili. “La mia generazione non vedrà mai la Torino-Lione. E nemmeno la tua. Perché non esiste in nessun programma di spesa, tranne il tunnel di base e un pezzetto di Torino-Avagliana. Il resto è demandato oltre il 2035”, racconta nel libro l’ingegnere Roberto Vela, fresco componente della commissione che affiancherà il neo sindaco Appendino per stilare una nuova valutazione d’impatto ambientale della TAV. “Quel collegamento Torino-Lione non esisterà in questo secolo. Più in là non so. L’obiettivo non è finire l’opera, ma drenare denaro pubblico. Si comincia qualcosa che ogni anno prende duecento, trecento, quattrocento milioni di euro di denaro pubblico, e li si spende. L’importante è iniziare a spendere. Una volta iniziato è difficile dire ‘Ora non spendiamo più, lasciamo solo un buco o dieci chilometri di binario’ ”. Intanto, pare dire Wu Ming, a tutto questo si è arrivati con l’intransigente opposizione della valle di Susa, tra straordinarie collette da migliaia di euro, cattoliche preghiere e laiche bestemmie, presidi e manifestazioni, perfino sabba con streghe. Quell’ “a sarà dura” sembra essere servito a qualcosa.