La vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi sorprende solo coloro che non sono in grado di operare un’analisi approfondita della società occidentale nell’attuale momento storico. Forse ancora più disgustose delle odiose battute del vincitore sono le lamentele delle vestali dell’ordine democratico che si stracciano le vesti e piangono amare lacrime per la sconfitta di una candidata come Hillary Clinton, che in realtà non era granché meglio di Trump.

Posti di fronte alla scelta tra peste e colera, gli elettori degli Stati Uniti hanno scelto il colera. La demagogia razzista e maschilista di Donald ha fatto presa su ampi settori di massa in corso di analfabetizzazione avanzata e incapaci di articolare proposte e ragionamenti che andassero al di là di un rutto o di un grugnito. Ma, ripeto, non è che la Clinton, stratega dei peggiori disastri degli ultimi anni, dalla Libia alla Siria, fosse meglio del vincitore.

Queste elezioni, come ho già avuto modo di scrivere, segnano, a ogni modo, un punto di decadenza della società e della politica statunitense mai raggiunto finora. Esprimono una società che solo quattro anni fa aveva dato fiducia, in buona parte andata poi delusa, a un candidato tutto sommato dignitoso come Obama, che però ha dovuto sacrificare la grande maggioranza dei suoi proponimenti di giustizia e di buon senso sull’altare dei poteri forti.

E’ ovvio che questi stessi poteri manovreranno il miliardario evasore fiscale come un burattino, che non farà nulla che non gli sia comandato da essi. Tutt’al più farà in modo di riproporre in qualche forma le sue idee-forza di natura razzista lanciando crociate contro le minoranze e i migranti che, come in ogni nazismo che si rispetti, dovranno svolgere il ruolo di capri espiatori.

Tempi duri aspettano quindi gli Stati Uniti. La guerra civile strisciante cui assistiamo da tempo potrebbe divenire sempre meno strisciante. La crisi economica continuerà e si approfondirà in mancanza delle uniche scelte che potrebbero arrestarla, come l’uso della leva fiscale per redistribuire il reddito e dare il via a un piano di interventi pubblici per risanare l’economia e l’ambiente e rilanciare l’occupazione. Una società divisa e demotivata, culturalmente sempre più demunita, costretta ad affidare quello che un tempo fu il sogno americano a un personaggio che sembra un incrocio tra Berlusconi, Hitler e Ubu Re.

Tempi duri aspettano, ahinoi, anche il mondo. I propositi isolazionisti di Trump potrebbero costituire, di per sé, un elemento positivo. Ma c’è da dubitarne che il mentitore seriale insediatosi a Washington vi si atterrà. Saranno comunque rinnegati gli impegni in materia ambientale assunti, sia pure timidamente, dall’amministrazione Obama, specialmente in materia di cambiamento climatico, e vi sarà senz’altro un ripudio di ogni possibile approccio multilateralista ai problemi internazionali.

E’ quindi ragionevolmente prevedibile un aumento dei rischi di conflitto su scala internazionale, sia sullo scacchiere mediorientale, che, nonostante i pretesi buoni rapporti con Putin, su quello europeo. E’ altresì possibile un ritorno indietro su alcuni punti positivi segnati dall’amministrazione Obama, a esempio su Cuba e Iran, mentre può prevedersi un rilancio del tradizionale interventismo golpista contro le forze progressiste latinoamericane, del resto mai venuto meno neanche negli ultimi anni.

Opporre a Trump Hillary significava del resto giocare per perdere essendone pienamente consapevoli. Il Partito democratico e i poteri forti insediatosi al loro interno hanno fatto letteralmente carte false per impedire la vittoria di Bernie Sanders nelle primarie e oggi pagano lo scotto di quella scelta suicida. Nessun dubbio infatti che Sanders avrebbe sconfitto Donald riuscendo a intercettare la sacrosanta protesta operaia e proletaria per darvi però uno sbocco positivo e in certa misura rivoluzionario.

Quest’ultima parte del discorso riguarda direttamente anche noi europei. Solo riscoprendo le virtù politiche, sociali e culturali della lotta di classe e della sinistra autentica si può fermare la deriva catastrofica verso l’osceno populismo rappresentato oggi dal nuovo presidente degli Stati Uniti. Questa battaglia rigeneratrice sta iniziando oggi anche in Italia e passa, anzitutto, per una sonora sconfitta di Matteo Renzi al referendum del 4 dicembre, condizione essenziale per il rilancio della democrazia nel nostro Paese.