“Ciò che vedi oggi l’abbiamo creato noi e non vogliamo certo che il governo ce lo porti via: questa pianta è qui e qui resterà, semplicemente non vogliamo che finisca nelle mani sbagliate”. E’ questa l’opinione di molti coltivatori della Humboldt County, la regione della California in cui si coltiva il 70% della cannabis prodotta dall’intero Stato e che ha il più alto numero di coltivatori di cannabis pro-capite al mondo, in vista del referendum sulla legalizzazione dell’8 novembre, giorno in cui gli elettori saranno chiamati ad esprimersi su chi sarà il prossimo presidente americano tra Hillary Clinton e Donald Trump. Nonostante sia una delle votazioni più divisive della recente storia americana, i media locali e le discussioni al bar non vertevano sul nuovo inquilino della Casa Bianca, ma su come andrà il referendum sulla cannabis, da cui dipende l’economia di tutta la contea.

La Proposition 64 è la proposta di legge per la legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo sulla quale i cittadini saranno chiamati ad esprimersi e tra i coltivatori della regione viene vista come il grimaldello che il governo utilizzerà per mettere le mani su un settore nato e gestito da basso, con un forte spirito comunitario.

Era il 1996 quando la California divenne il primo Stato americano a legalizzare la cannabis terapeutica, con oltre 20 Stati che ad oggi hanno seguito il suo esempio. Ma accanto alla legalizzazione medica ci sono i primi Paesi che hanno legalizzato la cannabis tout court e quindi anche l’utilizzo ricreativo, con conseguenze differenti a seconda di come è stata applicata la legge.

“Nel novembre di 20 anni fa”, spiega Diggs Terra, nickname di un coltivatore della Humboldt Seed Organization, “in California è stata votata la Proposition 215, conosciuta anche come Compassionate Use Act per assicurare ai pazienti ed alle persone che ne avessero bisogno il diritto di consumare cannabis e così questo è diventato un luogo in cui molte persone hanno un accesso sicuro alla cannabis terapeutica di alta qualità. Dal nostro punto di vista la nuova proposta non è la legge giusta per andare verso la transizione desiderata e mantenere liberi entrambi i mercati, compreso quindi quello medicale. Secondo noi almeno per il momento la Proposition 215 dovrebbe rimanere e dovremmo aspettare il 2018 per creare una legge più bilanciata che salvaguardi il settore medico e regoli gli aspetti ricreativi del business che si andrà a creare”.

La paura più grande è che accada ciò che è successo nello Stato di Washington, dove, dopo la legalizzazione ricreativa, è quasi sparito il settore medico. Non ci sono più i prezzi calmierati per i pazienti così come è scomparsa la possibilità di recarsi direttamente dal produttore con il conseguente aumento vertiginoso della spesa per i pazienti. Ed a queste ragioni, che dividono tutta la contea di Humboldt visto che il settore cannabis coinvolge direttamente o indirettamente tutti i suoi abitanti, si aggiungono le divisioni più generali tra chi è in linea di massima favorevole alla legalizzazione e chi invece resta contrario.

I principali argomenti a favore sottolineano la creazione di un sistema sicuro affinché gli adulti possano consumare cannabis ed i minori siano più protetti, anche dalle insidie del mercato nero. Inoltre secondo le stime iniziali la legalizzazione porterebbe un miliardo di dollari l’anno di entrate per lo Stato, senza contare le decine di milioni di dollari che si potrebbero risparmiare riducendo i controlli di polizia ed i costi necessari per arresti e processi.

Secondo gli oppositori invece una delle conseguenze della legalizzazione potrebbe essere l’aumento degli incidenti stradali o la crescita incontrollata del numero delle piantagioni. Sempre secondo gli oppositori, la legalizzazione potrebbe portare ad un aumento e non alla riduzione del mercato nero perché il crimine organizzato potrebbe approfittarne.

Nel 2010 una proposta di legge simile, la Proposition 19, chiamata anche Regulate, Control & Tax Cannabis Act, non passò il referendum ed il “No” vinse con il 53,5%. Ora bisognerà vedere se i tempi sono più maturi. E se la possibilità di un mercato legale sconfiggerà la paura dei grower locali che temono l’ingresso delle grandi corporation e la monopolizzazione del mercato, a spese del territorio e dei consumatori.