Solo 2.368.000 spettatori e uno share del 10,89%: questo il misero bottino raccolto dalla prima puntata di Dieci Cose, il nuovo show del sabato sera di RaiUno condotto da Federico Russo e Flavio Insinna. Come spiegarsi questo flop clamoroso? In realtà è piuttosto semplice, anche se l’analisi del programma andrebbe fatta con giudizio e tanta cura, per non rischiare di buttar via il bambino con l’acqua sporca.

Cominciamo col dire che Dieci Cose sta al sabato sera di RaiUno come un documentario della BBC sta al sabato sera di Canale5. Non è adatto al target naturale dell’ammiraglia di viale Mazzini, visto che evidentemente si rivolge a un pubblico piuttosto giovane e scolarizzato. E non basta affiancare l’ottimo Federico Russo con Flavio Insinna, messo lì giusto per tranquillizzare gli spettatori tradizionali di RaiUno, come per dire: “Sì, sperimentiamo un po’ ma voi state tranquilli”.

Insinna, che è una persona perbene e un conduttore capace nei generi a lui più congeniali, invece c’azzecca pochissimo con un programma come Dieci Cose, un format che tenta di utilizzare un linguaggio diverso e per molti versi inedito dalle parti di RaiUno. Se poi aggiungiamo che uno dei due ospiti di punta della prima puntata (l’altro era Gigi Buffon) è tale Alessandro Cattelan da Tortona, frontman della rampante e giovane Sky, la frittata (per RaiUno) è fatta.

La presenza di Cattelan, di gran lunga il miglior conduttore che la tv italiana possa offrire di questi tempi, aveva anche rilanciato alcune voci mai sopite su una presunta trattativa tra la tv pubblica e il conduttore di X Factor. Anche perché il direttore generale Campo Dall’Orto lo apprezza molto e, visti i comuni trascorsi a Mtv, i rapporti sono più che cordiali. Ma un cavallo di razza come Alessandro Cattelan potrebbe funzionare su RaiUno? Dipende da cosa gli si chiede, beninteso. Perché ieri sera, ospite dell’amico Russo (un altro che andrebbe valorizzato e a volte preservato da progetti poco adatti), Cattelan ha fatto Cattelan, come è giusto che sia, portandosi dietro persino gli Street Clerks a far da sottofondo musicale e inscenando anche una breve intervista a Nino Frassica in pieno stile “E poi c’è Cattelan” (il late show che conduce su SkyUno).

E se fai Cattelan, su questa RaiUno non vai bene. Non ancora. È una bruttissima notizia per la televisione pubblica, evidentemente ancora ingabbiata in una identità polverosa e vecchiotta che non si può cancellare dall’oggi al domani; è una bellissima notizia per lo stesso Cattelan, che almeno adesso sa che il suo approdo ai lidi di viale Mazzini non è ancora maturo, visto che prima il direttore di rete Fabiano e il direttore generale Campo Dall’Orto devono lavorare sodo sull’adeguamento del target di riferimento. Perché se Cattelan tra le sue dieci cose sceglie Ghostbusters, Mai dire gol e i Take That, è naturale che i nonnini sul divano si guardino tra loro con l’aria spaesata, chiedendosi di che diavolo sta parlando quel brillante giovanotto in tv. Ma Dieci Cose com’è? Che programma è stato? L’idea di fondo è una sorta di mix faziano tra Che tempo che fa, Anima Mia e Vieni via con me: interviste che vorrebbero essere cool, una lista di cose che contano, suggestioni vintage e pop, un linguaggio poco tradizionale (Insinna a parte). Ma lo svolgimento di una traccia che prometteva benino è stato deludente: il montaggio è stato realizzato con l’accetta, interrompendo anche vistosamente e grossolanamente alcuni momenti della trasmissione, spezzando il ritmo con brusca imperizia e trasformando il tutto in una sorta di collage messo insieme alla bell’e meglio.

E c’è da lavorare moltissimo anche sulla sinergia tra Insinna e Russo. Il secondo si muove benone in un ambiente che è vistosamente il suo; il primo fa da baby sitter per non spaventare troppo i nonni all’ascolto, ma alla fine è lui a interferire negativamente sul linguaggio contemporaneo, sulla narrazione, sul ritmo. Dieci Cose non è un programma interamente da buttare. Qua e là si sono visti sprazzi di bella televisione, soprattutto perché il sabato sera di Rai ci ha abituati a liturgie più tradizionali e farraginose. Va modificato molto, quello sì, ma prima ancora bisogna compiere una scelta fondamentale: andare dritti come un treno sulla strada dell’innovazione o annacquare il tutto per recuperare il target naturale dell’ammiraglia Rai? È una scelta di non poco conto, un bivio cruciale: da un lato c’è un po’ di sana incoscienza che deve mettere in conto anche risultati modesti all’Auditel, con RaiUno pronta a sacrificare qualcosa pur di dare uno scossone al suo stile; dall’altro c’è la scelta conservativa, rassicurante, familiare al pubblico attempato, agli spettatori dei pacchi, di Don Matteo e delle pur belle serate dedicate a Mogol.

Cos’è RaiUno? Ma soprattutto: cosa vuole diventare? Fabiano e Campo Dall’Orto avrebbero dovuto prima rispondere a queste domande e solo in un secondo momento avviare un progetto ambizioso e rischioso come Dieci Cose, coinvolgendo peraltro un giovane talentuoso come Federico Russo che rischia di bruciarsi senza alcun demerito. Ora resta da capire cosa decideranno a viale Mazzini: l’unico errore da non fare assolutamente è soffocare la creatura in culla. Si pensi, piuttosto, a compiere una scelta netta tra le due alternative di cui parlavamo prima. Tertium non datur (anche perché la via di mezzo è quella di ieri sera e i risultati si vedono).