Non c’è stata nessuna schedatura di studenti per etnia nelle scuole inglesi. Il gusto italico per la polemica, ancora una volta ha stravolto le notizie.

Quello di cui si è parlato con tanta enfasi negli ultimi due giorni non è un questionario per la schedatura degli studenti, con l’aggravante discriminatoria (e razzista) di dividerli in etnie inesistenti, e cioè italiani, napoletani e siciliani, come molti giornali italiani hanno scritto.

Niente affatto. Lo scopo del questionario (qui il link, potete verificarlo di persona) non era quello di “schedare” in base alle etnie e non è una conseguenza della Brexit, come è stato scritto, ma è in essere dal 2006. Un “errore storico” come infatti chiarisce un portavoce del governo britannico, che si è scusato e ha detto che il questionario verrà corretto.

Tant’è che i moduli online di questo tipo per le iscrizioni a scuola ci sono sempre stati e nessuno ha mai gridato allo scandalo. Li fanno principalmente per ragioni di statistiche e di censimenti interni alla pubblica amministrazione. Anzi, se proprio qualcuno protestava erano quelli che oggi sostengono la causa anti immigrati e pro Brexit, perché questi questionari erano stati approntati proprio in nome del multiculturalismo.

Si cercava insomma di censire la popolazione studentesca per facilitare l’inserimento degli studenti e garantire eventualmente l’assistenza necessaria. Si parla infatti di “First Language” quindi della prima lingua parlata. La stessa cosa accade negli ospedali e nelle strutture del Nhs, il servizio sanitario pubblico, dove una donna che si presenta per partorire, può chiedere l’assistenza, faccio per dire, in urdu o in punjabi. Non tutte le strutture sono in grado di fornirla, ma molte sì, specialmente per le lingue principali e questo infatti era il motivo di malumore degli xenofobi e dei brexiteers. Troppi soldi pubblici spesi per favorire queste “mediazioni culturali”, dicono. Chi vuole stare in Inghilterra impari almeno l’inglese (e su questo, bisogna ammettere, non hanno tutti i torti. Ma qui il discorso diventerebbe lungo e prenderebbe un’altra piega. Se volete ne riparliamo un’altra volta).

Chiarito il punto che non c’è stata nessuna classificazione per etnie né alcun tentativo di discriminazione, bisogna dire che la gaffe c’è, perché il siciliano e il napoletano non sono lingue. E quindi, giustamente l’ambasciata italiana a Londra ha fatto ironicamente notare che “l’Italia è dal 17 marzo 1861 un Paese unificato”. Se qualcuno, nei corridoi delle burocrazia britannica, ha pensato che fossimo ancora al Regno delle due Sicilie e ai Borboni, l’ha fatto per ignoranza, non certo per discriminare. Lo stereotipo del mafioso e del napoletano pizza e mandolino è duro a morire. Ma questo c’è sempre stato e non ha niente a che vedere con la Brexit.

Si è trattato di un caso di ipersensibilità verso un tema che rende gli italiani nel Regno Unito molto suscettibili. Questa volta gli immigrati siamo noi, visto che solo in Inghilterra e Galles siamo oltre mezzo milione. E certamente il clima al di qua della Manica è cambiato: gli immigrati non sono più benvoluti, questo è chiaro. Il voto del referendum è stata principalmente una richiesta di chiusura delle frontiere. E questo, al di là delle polemiche inesistenti, è un dato di fatto. A Londra ancora si respira un’aria internazionale e di città aperta. Ma sono ancora in molti a domandarsi: per quanto ancora? La retorica del “noi” e “loro” è già iniziata. Non è un bel segnale.

Vorrei poi far notare una curiosità: scorrendo la lista in questione, tra il “Sango” (lingua africana che si parla in Congo e Chad) e lo “Scozzese” c’è la casella “Sardinian”, cioè il sardo. Ma di questo i sardi non potranno che andare fieri: almeno nelle perfida Albione viene riconosciuta la dignità di lingua.