La guerra “continuerà”. Ne è sicuro Bashar Al Assad: in un’intervista all’Associated Press, il presidente siriano ha detto oggi di ritenere che la responsabilità del conflitto sia da attribuire ai Paesi che appoggiano i ribelli. “Essendoci molti fattori esterni che non si controllano, si trascinerà ancora, e nessuno a questo mondo può dire per quanto”, ha affermato Assad. Il presidente si è dichiarato convinto che i milioni di siriani fuggiti dal Paese tornerebbero entro pochi mesi se gli Usa, l’Arabia Saudita, la Turchia e il Qatar smettessero di sostenere gli insorti.

La tregua su cui Washington e Mosca avevano raggiunto un accordo il 9 settembre (che prevedeva che le due superpotenze unissero le forze per bombardare i jihadisti dell’Isis e i qaedisti del Fronte Fatah ash Sham, ex Al Nusra, esclusi dalla tregua) è durata una settimana e ora Assad accusa gli Stati Uniti di essere responsabili del suo fallimento, affermando che l’attacco ad una base siriana compiuto sabato a Deir Ez Zor da aerei della coalizione internazionale a guida americana è stato “sicuramente intenzionale”: “Non credo che gli Usa siano pronti ad unirsi alla Russia nel combattere i terroristi in Siria”. Il presidente siriano è tornato, invece, a negare che aerei siriani e russi abbiano bombardato un convoglio umanitario vicino ad Aleppo in cui 21 persone sono rimaste uccise martedì sera.

Dopo aver annunciato la sospensione delle operazioni, le Nazioni Unite stanno preparando nuovi convogli con aiuti umanitari destinati alla popolazione sotto assedio. Lo ha annunciato Jens Laerke, portavoce dell’ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari umanitari (OCHA), affermando che sono ripresi i preparativi per la consegna di aiuti e che il lavoro umanitario riprenderà il prima possibile. L’Onu ha quindi annunciato l’avvio di una propria inchiesta sul bombardamento effettuato lunedì sulla zona settentrionale di Aleppo. Sul fronte diplomatico oggi a New York è previsto un incontro del Gruppo internazionale di supporto alla Siria, di cui fanno parte anche Stati Uniti e Russia, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica alla crisi in corso dal marzo del 2011.

Sul fronte opposto, il presidente russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan hanno discusso al telefono del conflitto siriano e dello sviluppo della cooperazione tra Mosca e Ankara: lo ha fatto sapere ieri sera il Cremlino, precisando che la conversazione è avvenuta su iniziativa di Erdogan, che “si è congratulato con Putin” per le elezioni dei deputati della Duma.

Intanto dai dati delle elezioni legislative russe di domenica scorsa emerge che in Siria ci sono oltre 4.000 soldati russi: lo scrive Rbk. Secondo i dati della Commissione elettorale centrale, 4.751 cittadini russi hanno votato in territorio siriano. Nel seggio elettorale dell’ambasciata russa a Damasco hanno votato solo 193 persone, mentre nel seggio elettorale mobile della base militare di Khmeimim hanno votato in 4.378. Secondo il ministero della Difesa, tutto il personale della base si è recato alle urne.