Un pezzo di trasporto in emergenza sulle ambulanze del 118 affidato ai volontari, una cooperativa esclusa, una battaglia per i posti di lavoro. A condire il tutto accuse su competenze, orari fuori legge e presunto lavoro nero. Sullo sfondo, la sicurezza dei cittadini. Succede a Ferrara, dopo che in agosto l’Asl ha concesso un’altra parte del servizio alle associazioni accreditate dalla Regione, che avevano risposto a un invito nemmeno mandato alle coop. Polemiche e veleni. Da una parte il gestore storico Cidas, Cgil, Cisl, partiti e movimenti politici. Dall’altro i volontari, che si difendono. L’Asl, invece, ribadisce le ragioni della scelta. Nel mezzo, però, ci sono già gli inquirenti. Perché il M5s ha presentato una denuncia in procura, mentre dopo un esposto della Cgil è in corso un’indagine della Guardia di Finanza. Che sta verificando se i turni di lavoro dei volontari sono rispettati e se, come previsto, percepiscono solo un rimborso per le spese sostenute. “Si parla di presunte anomalie nell’impiego dei volontari, i finanzieri indagano”, racconta a ilfattoquotidiano.it il segretario della Fp-Cgil Ferrara Natale Vitali. Lavoro nero? “Saranno gli inquirenti a stabilirlo”. Al vaglio soprattutto l’operato di un paio di associazioni. Che si difendono tutte: “Campagna mediatica contro di noi”. Ma segnalazioni simili non arrivano solo da Ferrara e dall’Emilia.

CRONACA DI UN’ESTATE FERRARESE – Dall’1 agosto a Ferrara sulle ambulanze del 118 un autista-soccorritore su tre è volontario di una delle associazioni accreditate dalla Regione. Con l’ultimo affidamento, infatti, l’Ausl estense ha portato al 50% la quota del trasporto d’emergenza esternalizzato. L’altra metà del servizio è gestito direttamente dall’azienda sanitaria. I volontari, in pratica, andranno a sostituire anche i 12 autisti contrattualizzati dalla Cidas (Cooperativa inserimento disabili assistenza e solidarietà), gestore storico di una parte del servizio e che ancora si occupa in buona parte del trasporto ordinario.

LE RAGIONI DELLA SCELTA – A pesare sulla scelta (e anche a giustificarla) c’è una sentenza del 28 gennaio 2016 della Corte di Giustizia Ue, che ha dichiarato ammissibile l’affidamento diretto senza gara delle attività di trasporto sanitario a associazioni di volontariato, a fronte di un rimborso delle spese sostenute. “Purché il contesto normativo e convenzionale in cui si svolge l’attività delle associazioni – sottolinea la Corte – contribuisca effettivamente a una finalità sociale e al perseguimento degli obiettivi di solidarietà ed efficienza di bilancio”. E se da un lato in una determina del Servizio appalti e logistica dell’Asl di Ferrara si evince un risparmio di circa 177mila euro rispetto a quanto speso con la gestione affidata alla Cidas, su questo aspetto – dopo la polemica – è intervenuta con una nota ufficiale la stessa Asl: “Come nel 2015, anche nel 2016 saranno impiegati 2,7 milioni di euro per il trasporto sanitario”.

I DUBBI DELL’OPPOSIZIONE. E DEI SINDACATISinistra Italiana, Fratelli d’Italia, Rifondazione comunista e M5s si sono schierati contro la delibera. Inutilmente. Unica promessa strappata: l’apertura imminente di una trattativa con i sindacati sul nodo emergenze per garantire sicurezza ai pazienti e migliori condizioni ai lavoratori. Già in passato il M5s aveva espresso perplessità sulle associazioni e sulla presunta disparità nella formazione dei volontari rispetto al personale dipendente. Dubbi contenuti nei testi di due interpellanze (entrambe senza risposta), l’ultima presentata a marzo. E proprio in seguito all’esposto dei grillini la procura di Ferrara ha aperto un fascicolo. Ma la guerra estiva è stata conseguenza soprattutto delle accuse lanciate dalla Cgil: “Non è una questione di cooperativa o associazione, a noi importa solo che ai cittadini sia offerto un servizio sicuro e regolare”. Se la Uil, infatti, ha da subito sostenuto che la strada migliore fosse l’internazionalizzazione del servizio, diversa è la posizione della Cgil. “Esistono due problemi diversi – spiega Vitali – il primo riguarda il livello di professionalità richiesto per legge a un volontario, il secondo riguarda la sfera del ‘lavoro’, dunque il rispetto dei limiti delle ore e delle somme percepite che devono essere solo a titolo di rimborso spese”. Per quanto riguarda la formazione, i volontari hanno tutte le certificazioni in regola ma, continua Vitali, “per loro la Regione prevede la metà delle ore di formazione di chi lo fa di mestiere”.

CHI C’È IN AMBULANZA – Per quanto riguarda il lavoro, invece, alla Cgil sono arrivate diverse segnalazioni (ora al vaglio degli inquirenti) “su volontariato non gratuito e soggetti che prestano questo tipo di servizio anche per 60 ore di fila o 350 ore mensili”. Impossibile non porsi qualche domanda: “Per lavorare tutte queste ore, il volontario in questione non può svolgere un’altra attività, quindi ci chiediamo come si mantenga”. D’altra parte un lavoratore dell’Asl, magari un infermiere che finisce il proprio turno, spiega Vitali, “dovrebbe riposare 11 ore continuative al giorno (35 in una settimana). Se staccano dopo turni già massacranti e ne iniziano uno nuovo in ambulanza c’è qualcosa che non va. C’è un rischio per la salute del volontario stesso e per quella del cittadino”. Al vaglio degli inquirenti ci sarebbero anche i registri delle centrali operative, dai quali è possibile ricavare i turni svolti effettivamente. Per i volontari, questo problema non si pone affatto. “Una legge per i volontari non esiste – spiega Vitali – possono fare anche 30 ore di fila”. Il timore è che, qualora queste segnalazioni fossero confermate “il volontariato possa alimentare sacche di lavoro nero”. Ma il problema è anche di sicurezza. “Coes Italia, l’associazione degli autisti professionisti delle ambulanze – continua Vitali – ha ricordato che nelle zone dove c’è più volontariato ci sono più incidenti”. Sempre sul fronte sicurezza, poi, c’è la questione delle ambulanze, dai libretti di alcune delle quali, spiega Vitali “risulta che alcune associazioni utilizzino quelle abilitate solo al trasporto infermi per attività non sanitarie, quindi non certo per l’emergenza”.

L’ASL E LE ASSOCIAZIONI – Con una nota l’Asl aveva già risposto alle polemiche contro la delibera: “Non verrà in nessuna maniera ridotta la presenza dell’Asl per quello che riguarda i mezzi di soccorso, tutti gli operatori sanitari (medici e infermieri) sono e saranno dipendenti aziendali”. E sulla formazione dei soggetti esterni all’azienda, quindi anche dei volontari: “Per poter svolgere servizi di trasporto sanitario in convenzione devono essere accreditati e in possesso di autorizzazione”. La reazione delle associazioni di volontariato sotto accusa non si è fatta attendere. Assistenza Pubblica Estense, Voghiera Soccorso, Nico Soccorso, Comacchio Soccorso, Sant’Agostino Soccorso, Valle Pega, P.A. Città di Portomaggiore e Berra Soccorso in una nota congiunta hanno ribadito di garantire da anni alla comunità il servizio “nel rispetto delle normative e negli obblighi di legge”. “Accusarci di lavoro nero – hanno commentato – è decisamente grave. Noi le vite le salviamo e continueremo a farlo anche dopo questa campagna mediatica”.

UN CASO NON ISOLATO – Quello di Ferrara non è un caso isolato. Ad aprile scorso, dopo diverse segnalazioni da tutta Italia, la trasmissione Le Iene parlò di onlus e volontari pagati in nero con rimborsi spese fino a 1.500 euro al mese. Questo nel Lazio. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si disse stupita e pronta ad avviare un’indagine conoscitiva, ma la direzione dell’Ares 118 presentò querela presso la Guardia di Finanza. Altri casi in Italia? Ci sono segnalazioni che riguardano un po’ tutto lo Stivale. E se a Campobasso ad aprile è stato presentato un esposto in Procura su presunte anomalie nei rimborsi ai volontari della Croce Rossa, a maggio ad annunciare un esposto alla Procura di Brindisi è stato il consigliere regionale Gianluca Bozzetti. I problemi sono gli stessi segnalati in Emilia dalla Cgil di Ferrara: volontari al lavoro anche per 240 ore mensili e pagamenti in denaro invece che attraverso rimborsi tra le principali anomalie. E poi c’è la questione dello sfruttamento, dalla Calabria alla Sardegna fino alla Puglia. Per ogni ora di lavoro si può essere pagati 3 euro (senza diritti, né ferie o malattia), ma anche – come accade in Calabria – 1 euro all’ora per 12 ore continue. Una sorta di nuovo caporalato.