“Nel mio paese la libertá di opinione non esiste piú…”, questo il cuore dell’appello lanciato su La Repubblica dal premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk. Lo scrittore  aveva giá espresso le sue critiche al regime di Erdogan, ma questa volta la sua indignazione è scattata dopo l’arresto del giornalista e scrittore Ahmet Altan, una delle più apprezzate figure dell’editoria turca e del fratello, Mehmet Altan, professore universitario, accademico conosciuto ben oltre i confini del Paese.

Questi arresti si aggiungono al lungo e tragico elenco ha segnato il golpe realizzato dopo il fallito golpe. Dentro gli stadi e nelle carceri sono finiti migliaia di oppositori, molti dei quali non sono solo estranei al fallito colpo di stato, ma radicalmente distanti dalle posizioni di Gulen, considerato da Erdogan l’ispiratore di ogni complotto.

In questo modo  stanno regolando i conti con i magistrati non allineati, con gli avvocati che rivendicano il diritto alla difesa, con quei cronisti che non si rassegnano a inchinarsi al passaggio del Sultano, con gli accademici che rivendicano la libertà della ricerca, con gli studenti e con chi non vuole rinunciare all’esercizio dei diritti politici e civili“. A grande velocità ci stiamo allontanando da uno stato di diritto verso un regime di terrore..”, ha scritto ancora Pamuk, chiedendo l’immediato rilascio di chi è in galera solo per aver espresso attenzione e interesse “.. per i pensieri e per le idee che circolano fra la gente.”

La soppressione dei diritti e delle libertá si sta consumando a pochi chilometri dai nostri confini, in una Nazione che è parte essenziale della Nato e che ha ancora in corso la procedura di adesione alla Unione europea.

Sino ad oggi a Erdogan è stato concesso di tutto, di piú. Dopo il fallito golpe tutti i governi europei hanno sentito il bisogno di solidarizzare con Erdogan e di ricordare la legittimità  della sua elezione.

Di fronte a quello che sta accadendo, di fronte al drammatico appello di un uomo schivo e prudente come Pamuk, l’Europa fingerà di non aver sentito? Rivedrà il suo giudizio sulla legittimità del regime? In che modo aiuterà chi lo sta contrastando?

Dal momento che la Turchia, come aveva profetizzato il giornalista Can Dundar, a sua volta condannato, è già diventato il più grande carcere anche per i giornalisti, ci sembra giusto sottoscrivere l’appello di Pamuk, invitare tutte e tutti a firmarlo, a farlo girare, a far sentire la propria voce alle ambasciate e ai consolati turchi in Italia, a sollecitare le istituzioni italiane affinché chiedano una comune pressione europea su Erdogan.

Da parte nostra, insieme con le organizzazioni dei giornalisti italiani, chiederemo al sindacato europeo dei giornalisti di promuovere una iniziativa comune in Turchia per affiancare quella parte dei cronisti che ha deciso di sfidare la galera pur di continuare a riaffermare il loro #nobavaglioturco.

Non lasciamoli soli!