Il neologismo (“webete”) creato da Enrico Mentana espone con chiarezza il limite che finora ha trovato la comunicazione sul web e più specialmente sui blog e sui social network. Gli strumenti a disposizione sono potenzialmente rivoluzionari, ma finora sembrano aver dato vita sempre più a una comunicazione tra sordi. Da tempo mi interrogo sull’utilità di avere un confronto su Facebook e Twitter, quando troppo spesso vi è solo la volontà preconcetta di far vincere a ogni costo la propria “squadra” con un fanatismo da stadio. Senza dibattito, senza confronto, serve solo perseverare fino a stancare, con qualsiasi mezzo.

Quando rispondo a un commento spesso non lo faccio “di botto”, sull’onda dell’emozione o della rabbia, o di altri sentimenti che la realtà suscita, cerco di capire, dedico del tempo a informarmi per cercare di dare una risposta che sia utile o almeno adeguata e pertinente, pur nel limitatissimo spazio a disposizione. Ma vedo crescere numericamente (o forse in modo più strutturato) la ricerca dello scontro individuale, funzionale a innescare guerre in cui non conta più nulla l’oggetto del contendere, l’opinione ancor meno. Arrivano, improbabili fiumi di “Vergognati, piddina/o ignorante, ancora parli?”, “Vi spazzeremo via come la m….”. E via via declinazioni sempre più simili a insulti, volgarità. Non vorrei essere fraintesa, la corazza è dura e questa non è una lamentela, ma una riflessione sull’uso dei social: l’intenzione è di portare un bicchier d’acqua nel mare del buon senso, nella civiltà del confronto. Insomma il far parte tutti indiscutibilmente dello stesso pianeta, dovrebbe portarci a rapportarci in modo civile, altrimenti il “muro dei preconcetti contro il muro del disprezzo” non produrranno proprio alcun risultato, positivo.

Mentana ha riassunto in una parola il tutto: “webeti”, e la cosa pare, detta così, senza speranza. Testarda, vorrei capire cosa avviene, dietro. Nel 90% dei casi ho la certezza che chi risponde non ha neppure letto quanto scritto, non ha aperto il corrispondente link su Twitter o su Facebook, non ha dunque il minimo interesse nell’approfondire. A lungo andare, “la contrapposizione stanca chi non la fa” e individuo un allontanamento sempre più frequente dai social da parte di chi li utilizza come strumenti “democratici” di trasmissione e di contributo.

Per mia scelta, continuo a mantenere attiva la mia pagina, non cancello i “disturbatori” sistematici, continuo a leggere e a rispondere ai commenti, qualche volta anche ai peggiori, mai ai soli insulti, ma posso comprendere colleghi o altre figure politiche che finiscono per chiudere con questi o negare l’accesso ai più turbolenti, o ancora usare i social come semplici bacheche informative, senza più cercare di conversare con “l’altro”. Del resto, se in una conversazione, non vi è da parte di un interlocutore la voglia di ascoltare, ma solo di esprimere, la conversazione cessa di esistere.

C’è anche un altro rischio: quanti vorrebbero utilizzare i social in maniera seria, per porre all’attenzione dei problemi o per sostenere alcune tesi, vengono sfiduciati nel farlo. La bile accumulatasi che trova libero e spesso anonimo sfogo sul web, infatti, si scatena non solo con personalità politiche, ma anche contro chiunque altro esprima un pensiero non consono al clan dei webeti. Così, il più grande strumento di comunicazione che la storia umana abbia saputo creare, si trasforma in un ambiente asfittico, privo di collegamenti, una grande sala in cui ognuno sta tenendo il proprio discorso, senza che nessun altro ascolti.

Forse la tecnologia è avanzata troppo rispetto alla nostra reale capacità di gestirla. Per parlare di molti temi ci vuole un tempo (lungo) di studio e approfondimento, tempo che in pochi vogliamo davvero dedicare. A costoro resta l’amara soddisfazione di offendere pubblicamente il “nemico” o chiunque ponga il problema o suggerisca soluzioni da un altro punto di vista. Chi ci rimette davvero è il dialogo, fonte di vita e cultura. Non poco, se vogliamo essere intellettualmente onesti.