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Da Ranucci al caso Fakir: da settimane un colpo dietro l’altro al giornalismo (e alla democrazia)

Non dobbiamo abituarci alle redazioni impoverite, alle giornaliste e ai giornalisti aggrediti. Non dobbiamo abituarci ai servizi che spariscono
Da Ranucci al caso Fakir: da settimane un colpo dietro l’altro al giornalismo (e alla democrazia)
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Ci piacciono le notizie. Le inseguiamo, le commentiamo. Eccetto alcune: quelle sull’informazione, screditata ogni giorno da chi delle dinamiche del giornalismo capisce poco o niente. Anche noi ci mettiamo del nostro. I giornalisti sono i primi a non volersi esporre, se esporsi vuol dire portare le persone dentro alle redazioni, a capire cosa succede. In molti le timidezze scompaiono solo quando esporsi significa occupare un salotto televisivo, collezionare consensi, diventare notizia.

L’informazione su chi fa informazione è carente, omertosa e troppo spesso parziale. C’è silenzio sulle pressioni, sulle ingerenze, sulle distorsioni, sulle censure. È proprio in quel silenzio che crescono lo spirito corporativo e la rassegnazione, fino a considerare normale un pezzo tagliato, un servizio stoppato, una censura mascherata da scelta editoriale. Ed è lì che prende forma una delle più gravi patologie della democrazia: il giornalismo smette di interrogare sé stesso mentre cambia, si impoverisce e viene condizionato.

L’informazione guida ogni persona a costruire la propria idea di realtà, a formare opinioni, convinzioni, strutturare consenso e dissenso. In una parola, a dare corpo ai meccanismi di orientamento democratico che tengono in piedi la società. Per questo, quando si deteriorano le condizioni nelle quali nasce una notizia, non si deteriora solo il giornalismo. Si deteriora il modo in cui una società comprende sé stessa, interpreta i fatti e li restituisce al dibattito pubblico. Oggi quel lavoro è condizionato da una precarietà sistemica, dallo sfruttamento, dalla rincorsa ai click, dalla compressione dei tempi, dalla paura di perdere il posto e, diciamolo, anche da chi quello spazio non lo molla nemmeno con la meritata pensione.

Nelle ultime settimane c’è stato un colpo dietro l’altro. Il Cdr della Tgr Emilia-Romagna denuncia un servizio su Abderrahim Fakir modificato, censurato e mai trasmesso. Ci sono state le proteste della redazione di Repubblica; l’allarme della redazione di Radio Capital per i tagli e le vertenze aperte a La7; il video sindacale di Rai3 che non va in onda; la presa di posizione del Cdr di RaiNews24 sul codice etico; il Cdr del Secolo XIX denuncia una pagina modificata dopo il lavoro della redazione. E ancora: il Cdr del Sole 24 Ore contesta la pubblicazione di un’intera pagina, a favore dell’ex ad di Ferrovie dello Stato, Moretti, dopo la sua condanna per la strage di Viareggio, senza contraddittorio. C’è poi una censura ancora più subdola perché impedisce a una giornalista di lavorare. È il caso di Ilaria Bonuccelli, alla quale la Fondazione Festival Puccini di Torre del Lago ha negato l’accredito stampa. Eclatante, infine, il caso di Report. La decisione di sospendere la messa in onda delle repliche della trasmissione, motivata come una forma di “cautela” nei confronti di Sigfrido Ranucci. Peccato che non reggerebbe nemmeno questa scusa: Report non è il lavoro di una sola persona. È il lavoro di un’intera redazione, servizi costruiti attraverso verifiche e responsabilità condivise.

Aggiungiamo un dato, che spiega la deriva della professione. Secondo NewsGuard nel mondo esistono già 3.859 siti di informazione scritti interamente dall’intelligenza artificiale, senza giornaliste e giornalisti. Due anni fa erano circa 700.

Sono fatti che, messi in fila, fanno paura. Raccontano un giornalismo che, sotto queste pressioni, rischia di smettere di fare il giornalismo. Raccontano che non è una questione interna alla categoria. Perché quando il giornalismo perde, perdono tutte le persone, oltre le tifoserie e le convenienze. Non dobbiamo abituarci alle redazioni impoverite, alle giornaliste e ai giornalisti aggrediti. Non dobbiamo abituarci ai servizi che spariscono, ai pezzi “corretti”, alle pagine riscritte. Non dobbiamo abituarci alle interferenze, a compiacere i lettori. Perché una democrazia non smette di essere libera all’improvviso. Si indebolisce un pezzo alla volta. Una querela temeraria alla volta. Un taglio alla volta. Un servizio fermato alla volta.

Davanti a tutto questo dobbiamo parlare. È necessario non rincorrere il consenso e scegliere di dare voce alla complessità. Enzo Biagi diceva che il giornalismo è rendere interessante ciò che è importante. La notizia importante di oggi è quel silenzio che va rotto. Le porte delle redazioni vanno aperte. Dopotutto, come diceva, la nostra è una professione che soffre di claustrofobia.

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