Il bluff della propaganda che annienta i fatti: prima lo slogan, poi il programma politico
Certa politica è merce avariata. La comunicazione è il grande bluff che la vende. Il paradosso? Più il prodotto peggiora, più la confezione seduce.
È una propaganda pericolosa. Lo è diventata quando ha smesso di voler convincere e ha cominciato a manovrare il processo con cui si formano le opinioni. La destra radicale e nostalgica ha scelto di comunicare proprio così, facendo della propria narrazione il filtro attraverso cui leggere i fatti. Cambiare un’opinione richiede spessore, cultura e contenuti. Molto più semplice competere sul terreno della viralità. Per chi considera ogni condivisione social un investimento elettorale, il valore di un contenuto non dipende più dalla sua attendibilità, ma dalla capacità di circolare, essere condiviso e ripetersi.
È un meccanismo studiato da decenni. Daniel Kahneman ha spiegato come il nostro cervello tenda a fidarsi di ciò che riconosce: un’affermazione ripetuta richiede meno fatica per essere elaborata e, proprio per questo, appare più plausibile. Non perché sia vera, ma perché è diventata familiare. Lo osserviamo ogni giorno nella comunicazione politica digitale.
Aprite un social qualsiasi. Prima ancora di imbattervi in un programma politico incontrerete slogan. “La criminalità è fuori controllo”. “L’immigrazione è incontrollata”. A forza di essere ripetuti diventano il perno del ragionamento. Quando è stata pubblicata la classifica delle città italiane con il maggior numero di denunce, molti l’hanno letta come la prova di un’esplosione della criminalità. Eppure, quella graduatoria misurava soprattutto il numero delle denunce presentate: un dato che riflette una maggiore propensione a denunciare e, quindi, una maggiore fiducia nelle istituzioni. Perché, allora, per una parte del Paese l’unica lettura possibile è quella di un’Italia nella morsa della criminalità?
Perché la cornice narrativa è già costruita. La confezione è attraente. Gli slogan, ripetuti all’infinito, diventano la lente attraverso cui leggiamo i fatti. Così, quando la notizia arriva, il verdetto è già scritto.
È qui che una parte della destra radicale costruisce il proprio racconto. I grandi reati economici, i colletti bianchi e i sistemi di potere scompaiono. Restano i temi più comodi: quelli che indignano rapidamente e sono costruiti per catturare l’attenzione nello spazio di uno scroll. La microcriminalità. Il fatto di sangue. L’immigrazione come emergenza permanente. Tutto ciò che conferma il frame viene amplificato. Il resto semplicemente smette di esistere. Non è solo una diversa selezione delle notizie: è un diverso modo di orientare il giudizio pubblico.
George Lakoff, linguista e scienziato cognitivo tra i maggiori studiosi del rapporto tra linguaggio e politica, lo chiama frame: una cornice interpretativa attraverso cui i fatti acquistano significato. Quando il frame si consolida, i dati vengono letti per quello che sembrano confermare.
Il caso di Ceuta lo dimostra alla perfezione. Una vicenda giuridicamente e geograficamente complessa è stata rapidamente trasformata nell’ennesima prova di un’Europa assediata dal giovane nordafricano elevato a simbolo di ogni minaccia. Poco importa che Ceuta sia territorio spagnolo in Africa, sottoposto a una disciplina particolare; che l’ingresso nell’enclave non coincida con l’accesso allo spazio Schengen; che i rimpatri siano stati annunciati e poi avviati. Tutto questo rende il racconto più difficile da veicolare. Molto più efficace pubblicare video, fotografie e frasi a effetto capaci di alimentare paura e confermare convinzioni già esistenti. Ancora una volta la complessità perde contro la propaganda.
Basta vedere come la criminalità sia attribuita alle politiche della sinistra, nonostante da anni governi il centrodestra. È il segno che il frame continua a funzionare anche quando la realtà cambia.
È forse questa la trasformazione più profonda della propaganda contemporanea. Non ci chiede più di credere a una bugia. Ci abitua a guardare il mondo attraverso una lente costruita da altri. E quando quella lente diventa la nostra, non abbiamo più bisogno che qualcuno ci convinca. Saremo convinti di aver maturato un giudizio autonomo, senza accorgerci di quanto quel giudizio sia già stato orientato. Il risultato è una società sempre più divisa in schieramenti che si riconoscono nei propri frame prima ancora che nei fatti. E la storia insegna che dividere il mondo in buoni e cattivi non è mai stata una grande idea.