Siamo la coppia più bella del mondo. E ci dispiace per gli altri… che fanno figli. Sbarcano al Lido di Venezia Alicia Vikander e Michael Fassbender in piena luna di miele. Innamoratini ancora freschi di dichiarazione nonostante il colpo di fulmine risalga al 2015. Lei spregiudicata che finge indifferenza di fianco ad uno degli uomini più ambiti del pianeta. Lui che la guarda ad ogni risposta che dà alla stampa, pupille nelle pupille, attento e premuroso come un adolescente. Questo accade nella cosiddetta “realtà” para hollywoodiana, dove la stelle cadono dal cielo e camminano per terra come tutti. Poi ci sono i film. E Alicia e Michael sono al Festival di Venezia 2016 per accompagnare The lights between oceans: set galeotto dove i due si conobbero e dichiararono amore eterno, melodramma tragico su una coppia isolata dal mondo incapace di far figli tanto da rapirne casualmente uno, film polpettone che cade a tradimento nel Concorso di Venezia 73 dopo nemmeno 24 ore dal via.

Fassbender è Tom, ex soldato che ha ucciso e visto morire commilitoni durante la prima guerra mondiale, che ritorna in Australia per accettare il lavoro di guardiano del faro di un remoto isolotto nell’Ovest dell’isola. Separato per chilometri e chilometri di oceano dal mondo non proprio ultramoderno della terraferma per sei mesi, visto che il precedente guardiano era impazzito, se ne sta talmente bene a rimuginare silenziosamente il tormento del suo incombente passato di morte che gli propongono subito l’allungamento a 3 anni. Un attimo prima della nuova partenza scoppia però l’amore con la giovane e vivace Isabel, interpretata dalla Vikander. I due si sposano e partono insieme, si isolano tra vento e cavalloni, fanno l’amore e provano ad avere un bambino. Solo che per ben due volte la povera ragazza deve abortire in solitaria senza aiuto medico o il conforto di qualcuno. Prima che parenti e conoscenti vengano a conoscenza dell’accaduto, ecco sbucare una barchetta alla deriva con dentro un tizio morto che abbraccia una neonata viva. Isabel vuole tenere la bimba e scambiarla per sua figlia, lui no, ma poi cede e dà ragione alla moglie. Le bugie hanno le gambe corte e in poco tempo la fragilità di Tom aprirà una breccia per far rientrare in scena la vera madre della bimba, ora vedova di un papà tedesco malvisto dagli isolani e quindi fuggito in mare aperto con la neonata, come le definitive indagini della polizia. Finirà in tragedia con lo strazio della piccola Lucy che cresce e non ci capisce più nulla tra doppie mamme, nonni e papà. Peccato però che The Lights Between the oceans, rabbuiato da campi lunghissimi per evidenziare la ieraticità della natura, coccolato sui dettagli dei visi dei protagonisti glamour anche se con costumini d’epoca, sia uno di quei melò che a forza di cercare due, tre, cinque, dieci punti culminanti del dramma perde il baricentro narrativo e infine parcellizza, svapora e smarrisce il pathos. “L’idea mi è venuta mentre facevo parte di una giuria popolare. Quando parlava l’avvocato dell’accusa mi ero convinto che l’imputato fosse colpevole, quando parlava quello della difesa mi convincevo che fosse innocente”, spiega il regista Derek Cianfrance. “Il mio è un film sull’essere genitori, dove non ci sono personaggi del tutto buoni, o del tutto cattivi. Nessuno di loro vuol fare del male agli altri, ma nella vita quando si prendono decisioni attraverso la pura emotività le conseguenze possono essere imprevedibili”. “Non sono ancora mamma”, spiega la Vikander sotto l’occhio vigile di Fassbender, “ma per recitare la parte di Isabel ho provato a lavorare intensamente sui sentimenti che potrò avere quando sarò madre”. “The lights… è un film su come sia importante imparare a perdonare le persone”, le fa eco Michael, “come sul dramma che vivono i migranti oggi, morti nelle acque del mondo, gente che arriva in nuovi paesi con mille pregiudizi contro di loro”.

Sempre in Concorso a Venezia 73 stupisce Arrival, il nuovo film di Denis Villeneuve, in questo momento al lavoro sul set del sequel di Blade Runner. Sci-fi visivamente originale ed affascinante, politicamente pacifista, con una Amy Adams esperta linguista chiamata dall’FBI per “tradurre” i segnali sonori provenienti da 12 UFO comparsi all’improvviso in dodici luoghi diversi della terra. Poche e precise parole di dialogo, raffinate atmosfere da thriller, chiaroscuro magmatico e ipnotico, Arrival è un film sull’assenza di un linguaggio comune tra gli esseri umani, sulla presunta caducità del concetto di tempo, che solo questi fantomatici alieni, modello poliponi giganti e con astronavi grigio antracite a forma di uovo di pasqua, possono suggerire come superare per vivere in un mondo migliore senza più nemici ma con umana compassione.