Liberalizzazione delle aperture domenicali, festive e degli orari, nel settore del commercio e della grande distribuzione. Se ne discute spesso ultimamente, e questo è positivo. Generalmente si dice: “Basta che se ne parli!”. E invece io penso che “dipende da come se ne parla”, e soprattutto “perché”. Prendiamo l’ultimo articolo che ho letto a riguardo ad esempio. Non me ne voglia Francesco Iacovone, autore dell’articolo che prenderò da esempio e membro dell’Esecutivo Nazionale Usb Lavoro Privato; è solo un pretesto, esempio per me eclatante di disinformazione strumentale e populista tesa al proselitismo, che purtroppo adesca sempre il più debole, il più solo, il più ignaro. Il “perché” se ne parla è fondamentale! E se il perché non è più la reale informazione o la sensibilizzazione, ma la strumentalizzazione del lavoratore stesso, allora mi sento in dovere di intervenire.

La notizia/rivelazione di Iacovone ha questo titolo, ed è appena uscita mentre ci sbatto contro, ma l’Integrativo di Zara Italia è stato rinnovato il 23 aprile 2015. Iacovone però non lo dice, e questo è per me il primo elemento fuorviante di un articolo propaganda. Cito: “Una riunione con le delegate di Zara, un confronto sulle turnazioni delle domeniche lavorative e vedo i loro volti attoniti: ma come? Noi pensavamo di avere condizioni di miglior favore!” e prosegue “la possibilità di peggiorare le condizioni contrattuali attraverso i contratti di secondo livello, condita dall’abilità del datore di lavoro e dei sindacati firmatari di farti credere che ti è piovuta la manna dal cielo”. Iacovone parla di 35 domeniche lavorative obbligatorie che sarebbero presenti all’interno dell’integrativo di Zara, un numero peggiorativo quindi rispetto al Contratto Nazionale del Commercio. Non mi interessa difendere i sindacati confederali in questo momento. A me ora interessa che non ci prendiamo in giro.

Intanto devo dire che l’immagine della delegata sprovveduta che si fa infinocchiare dall’azienda e dai sindacati l’ho trovata tragi-comica. La contrattazione di secondo livello presuppone un ruolo importantissimo dei delegati durante tutta la trattativa. Che dura anni! Insomma, non è questa l’immagine che rappresenta le tante e i tanti delegati del settore che tutti i giorni si spendono mettendoci faccia, tempo, passione e intelligenza.

Trovo inoltre strumentale accusare i sindacati di complicità con l’azienda, scorporando un solo elemento da un contesto come l’integrativo che è molto più articolato e complesso. Al suo interno, ci sono sempre pesi e contrappesi, in una dinamica di compromessi e bilanciamenti che vanno analizzati sempre nel loro insieme. Così mi vado a scaricare il pdf. E infatti al suo interno trovo numerose migliorie che nel commercio non sono così all’ordine del giorno. Invece, non v’è traccia di quelle 35 domeniche obbligatorie citate dal signor Iacovone, perché sul lavoro domenicale, l’accordo rimanda a contrattazioni territoriali per conciliare meglio le turnazioni con il riposo del sabato e della domenica.

Conclusione. Anche fosse che in qualche accordo territoriale si trovino le 35 domeniche obbligatorie, non ha certo la stessa valenza di un integrativo, e soprattutto non vale per tutti i lavoratori di Zara.

In fondo all’articolo poi, in tre righe, ci fa sapere anche che alla Coop di Aprilia (della serie Aprilia centro dell’universo, e tutto er monno è paese) bisogna lavorarne 40.

Tutto fa brodo, e ci si gioca la carta ormai poco originale della frammentazione, della disillusione, del malcontento spicciolo e superficiale. Sulla liberalizzazione è inutile che fare il paladino della giustizia per tirare acqua al proprio mulino. La questione è ormai sdoganata da tempo e a livello legislativo. È a livello politico, attraverso la pressione mediatica e la sensibilizzazione del cliente, che ormai si può giocare la partita, battaglia importante da portare avanti. Ora io non lo so come abbia costruito questa “notizia” inesistente Iacovone, ma non è così che si crea consapevolezza nei lavoratori. I lavoratori devono sapere che la loro voce è importante per dare il loro contributo e non solo per lamentarsi; devono ricevere informazioni puntuali e chiare negli intenti. Devono sapere che possono essere protagonisti della loro storia.

Voglio chiudere con una frase che mi piace molto, di Bruno Trentin (segretario generale della Cgil tra il 1988 e il 1994, scomparso il 23 agosto del 2007), che sintetizza quindi il mio perché: “Insieme, di questo siamo convinti e non è uno slogan, se non si vince, si perde sicuramente di meno, e divisi invece si perde sempre”.

Riceviamo e pubblichiamo la risposta di Francesco Iacovone

Rispetto alle 35 domeniche lavorate delle dipendenti di Zara non sto di certo inventando l’acqua calda. Tutto ebbe inizio con l’infausta finanziaria del 2011. Con un colpo di mano agostano, Sacconi, introdusse nella legge che una volta si chiamava “finanziaria” un articolo, il numero 8, che rappresenta un vero e proprio colpo allo stato di diritto.

Leggere per credere. “Fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro, le specifiche intese di cui al comma (i contratti di prossimità) operano anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2”.

E’ incredibile che una legge consenta ad un semplice accordo tra le parti di derogare ad un’altra legge. La gerarchia delle fonti viene annullata con un colpo di spugna. L’art. 8 infatti consente alla contrattazione aziendale e territoriale di derogare in peggio ai contratti collettivi nazionali e alle norme imperative che tutelano i diritti del lavoratore. E’ una norma che conferisce una potestà diretta ai rappresentanti aziendali dei sindacati maggiormente rappresentativi sul piano nazionale o territoriale. Pseudo sindacalisti alla luce di questo articolo potranno sottoscrivere territorialmente accordi in deroga sia ai contratti nazionali sia alle leggi del lavoro.

La norma prevede la possibilità con i contratti di “prossimità” – è questa la dicitura utilizzata per le intese di livello aziendale o territoriale – di derogare su un ampio ventaglio di materie: dal licenziamento, agli orari di lavoro, alla regolamentazione del part-time, alle mansioni e agli inquadramenti, fino alla disciplina delle assunzioni e dei rapporti di lavoro.

Va sottolineato che la norma è una conseguenza dell’accordo tra Cgil Cisl e Uil e Confindustria del 28 giugno 2011 che, riprendendo pedissequamente l’accordo del 22 gennaio 2009, ha introdotto la possibilità di derogare in peggio ai contratti nazionali. Sacconi è andato oltre inserendo anche la deroga alla legge dello Stato. La Cgil, tanto cara alla Signora Correddu, che non aveva firmato l’accordo del 22 gennaio, andò poi “a Canossa” nel 2011 sottoscrivendo in tale occasione un testo praticamente identico a quello precedente.

E’ la crisi bellezza… Il pretesto è sempre quello: la conservazione del posto di lavoro in cambio della perdita di altri diritti. Il risultato di questi anni è la perdita dei diritti e nel contempo del lavoro. Se andiamo a contare gli accordi e i contratti di secondo livello che modificano in pejus i pochi diritti ormai sopravvissuti, non la finiamo più, davvero.

Ma torniamo al contratto integrativo di Zara e leggiamolo in “sindacalese”, lingua tanto cara a chi sa ben fare propaganda. Intanto ricordo che non si tratta di un rinnovo, ma di una stipula. Un contratto che conta 6 pagine e mezzo di cui le prime 2,5 parlano di “diritti sindacali”. Tanti enunciati sui tempi di vita e poi la dura realtà: le turnazioni su moduli da 4/6 settimane, incastrate con i commi del suddetto contratto, consegnano alle lavoratrici turni che prevedono un riposo domenicale ogni 4/6 settimane.

Ad un sindacalista che si rispetti, però, non serve tanto leggere nelle pieghe di un contratto per scoprire la verità. Un sindacalista che si rispetti la osserva sul campo la realtà, parla con i lavoratori e fa i conti con le vere condizioni materiali che ricadono sulla carne viva delle donne e degli uomini che rappresenta, ormai allo stremo.

E in quella riunione che lei ha sbeffeggiato è avvenuto proprio questo. Si è analizzata la realtà per quella che è e si è osservato che il contratto integrativo in vigore produce quello che lei ha definito “bufala”. Certo in un post di un blog non potevo fare un’analisi accurata, l’avremmo letta in due o tre forse. In un post di un blog ho tentato di fotografare le aberrazioni prodotte da accordi di secondo livello che apparentemente, a suon di paroloni, migliorano i contratti, ma nella realtà peggiorano la vita.