Da una parte ci sono le organizzazioni non governative che raccontano lo stillicidio fatto di raid aerei e colpi di mortaio condotto contro ospedali e medici. Sul fronte opposto, il Cremlino e la galassia web che ad esso fa riferimento, che respingono le accuse secondo cui nella stragrande maggioranza dei casi dietro le stragi ci sarebbero Mosca e Damasco. Nel mezzo, l’unico punto fermo sono le bombe che piovono quasi quotidianamente sui presidi sanitari e i 750 morti tra personale medico e pazienti contati dalle ong dal 2011. E’ il conflitto parallelo che i due schieramenti che solcano i cieli della Siria con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’Isis – coalizione internazionale a guida Usa da un lato e aviazioni di Putin e Assad dall’altro – combattono all’interno della guerra reale che da 5 anni strazia il Paese.

Kafr Hamra, nord della provincia di Aleppo, 12 agosto. Le bombe sbriciolano un’ala dell’ospedale delle donne e dei bambini poco prima dell’alba, quando tutti dormono. Due morti, c’è anche un’infermiera. La Syrian Civil Defense racconta di aver tirato fuori 10 persone dalle macerie. Al destino non è bastato che fossero già stati feriti, il bersaglio sono diventati loro: i pazienti degli ospedali. Solo a luglio, 43 tra ospedali, strutture private e presidi da campo nelle aree controllate dai ribelli sono finite nel mirino dei raid. “L’ospedale è stato danneggiato da tre bombardamenti”, racconta al quotidiano The Indipendent Hussein, un medico che lavora in una struttura supportata da Medici senza Frontiere, ad Aleppo est. E’ accaduto a luglio, il 3 e poi il 6 agosto: “Per ora è in funzione, ma può occuparsi solo dei casi più urgenti – spiega – ormai la gente ha paura di venire a curarsi, teme di diventare un bersaglio”.

Tra il 23 e il 31 luglio sei i casi nell’area di Aleppo. La notte tra il 23 e il 24 nel quartiere di Al Shaar, nella parte orientale di Aleppo, quattro presidi medici e una banca del sangue finivano nel mirino dei raid: l’Ospedale dei Bambini Al Hakim, l’Al Daqaq Hospital, l’Al Zahra’ Hospital e l’Al Bayan hospital, oltre alla Central Blood Bank. La metà delle strutture operanti nella zona. Cominciava così quella che la ong Physician for Human Rights ha definito la peggiore settimana dall’inizio della guerra, nel 2011. “Da giugno abbiamo registrato un aumento degli attacchi ai civili in città e alle strutture mediche che ancora resistono nella regione – affermava l’8 agosto Widney Brown, direttori dei programmi di Phr – distruggerle è un modo per garantire la morte di migliaia di persone bloccate nella zona est della città”.

Quella ai medici è una guerra nella guerra, nella Siria martoriata da un conflitto che è diventato regionale. Tra il marzo del 2011 e il maggio del 2016, Physicians for Human Rights ha contato in tutto il Paese 373 attacchi a 265 strutture. Il picco nell’ottobre 2015, con 16 episodi. Prima dell’escalation di fine luglio, ad aprile si erano verificati 6 casi; a maggio il numero era salito a 8. Uno stillicidio di cui, raccontano le organizzazioni, ciò che rimane del sistema sanitario porta i segni: secondo la Syrian American Medical Society, il 47% delle strutture pubbliche funziona solo parzialmente. Il 44% del totale, si legge nell’ultimo report dell’organizzazione, è chiuso. Così come il 49% dei presidi che forniscono assistenza medica di base e ginecologica. Otto dei 23 centri gestiti  in Siria dalla Unrwa, la United Nations Relief and Works Agency, sono fuori uso a causa di danni strutturali o impossibilità di garantire la sicurezza dei pazienti. Altri 7 lavorano a orario ridotto.

Altissimo il costo in termini di vite umane: in 5 anni sono stati 750 gli operatori sanitari uccisi, riferisce ancora la Physicians for Human Rights, nel 1997 premio Nobel per la Pace insieme alle ong partecipanti alla Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo. Otto le vittime solo lo scorso mese di aprile. La strage aveva inizio il giorno 8: l’Associated Press raccontava l’uccisione di Mohammed Khous, 70 anni, freddato da un cecchino mentre tornava a casa dopo il turno in sala operatoria dell’ospedale di Zabadani, a nord di Damasco. E si chiudeva il 29 con la lettera in cui il direttore dell’ospedale pediatrico di Aleppo dava notizia della morte di Muhammad Waseem Maaz, 36 anni, ucciso in un raid aereo contro l’ospedale di Al Quds. A maggio è andata anche peggio: i morti sono stati 12.

Secondo Physicians for Human Rights, il 90% dei 373 attacchi registrati è “opera del governo siriano e del suo principale alleato, la Russia“. Che avrebbero responsabilità dirette anche nell’uccisione di 698 operatori sanitari. “Propaganda“, la definiscono i protagonisti di quella galassia fatta di siti e blog schierati con Damasco e il Cremlino. In un contesto in cui sono pochissimi gli osservatori sul terreno in grado di verificare le informazioni in maniera indipendente. Mosca era intervenuta direttamente nel dibattito il 26 ottobre 2015: 6 giorni prima, il 20 ottobre, tv e quotidiani avevano ripreso un comunicato diffuso dall’Osservatorio siriano per i diritti umani secondo cui i caccia russi avevano bombardato un ospedale gestito dalla Syrian American Medical Society a Sarmin, nei pressi di Idlib, uccidendo 13 persone. Un caso di scuola, solo uno dei tanti esempi del conflitto nel conflitto.

“Questa organizzazione registrata nello stato americano dell’Illinois (secondo il sito della stessa ong la stessa ha sede a Canfield, in Ohio, ndr) – attaccava Igor Kornashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo, come riportava il sito Sputniknews.com, piattaforma informativa internazionale finanziata da Mosca che si pone come “voce alternativa” a quella dei media occidentali – ha a che vedere con la medicina quanto l’Isis ha a che vedere con il movimento internazionale degli scout“. “Il vero scopo di queste organizzazioni continuava Kornashenkov – è quello di diffondere falsità a uso dei media”.

A essere legato all’Illinois è invece il presidente della ong, Zaher Sahloul, medico siriano e membro dell’Illinois State Muslim Advisory Council. Che, insieme alla ong che presiede, è accusato di essere finanziato a suon di milioni di dollari dal governo americano. “Dall’inizio della crisi siriana, Sams ha fornito il proprio supporto a medici, personale paramedico e ospedali (…) e distribuendo forniture mediche per oltre 40 milioni di dollari nelle aree di conflitto”, si legge nella bio pubblicata sul sito del Middle East Institute e utilizzata dai suoi detrattori come prova dei suoi legami con Washington. La stessa accusa è mossa alla ong Physicians for Human Rights, la quale “nei suoi report annuali rivela di essere finanziata da diversi dipartimenti e agenzie legate al governo Usa, compreso lo stesso Dipartimento di Stato.

Negli stessi giorni anche Russia Today, testata in lingua inglese legata al Cremlino, entrava nel dibattito con un’intervista a Dominik Stillhart, direttore delle operazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa. “Anche noi abbiamo visionato quei report – dichiarava il dirigente il 29 ottobre 2015 in merito ai raid denunciati da Sams il 20 ottobre e attribuiti all’aviazione russa- ma, in assenza di informazioni di prima mano provenienti dal nostro personale sul terreno, non posso né confermare né negare queste circostanze”. Sottotesto del messaggio di RT: nessun ente terzo ha assistito al bombardamento, ha visto quei morti, né è in grado di attribuirne la responsabilità.