Nella nuova “neoguerra fredda” che vede Putin e il suo cerchio magico contro il Resto del Mondo, la propaganda è diventata una questione assillante, fondamentale, quasi paranoica per il Cremlino, assediato dalle sanzioni per le vicende ucraine, l’economia russa in crisi, il declassamento del debito pubblico al livello Baa2, col rublo in picchiata (ha perso quasi il 20 per cento) e i prezzi del petrolio che calano bruscamente: meno introiti, più difficoltà dello Stato a far quadrare i conti, e la non remota prospettiva di forti aumenti delle bollette, quanto ai prezzi, quelli già corrono, e l’inflazione pure (8,3 per cento a ottobre). Putin rischia un infelice calo di popolarità anche nella sua Russia, dopo aver visto la sua immagine in grande sofferenza presso l’opinione pubblica mondiale. Poco importa se la rivista Forbes sostiene che è l’uomo più potente del mondo, il problema di Putin è molto semplice: bisogna ridare forza all’anima russa, al nostro orgoglio di grande nazione, “la Russia deve essere trattata con rispetto”. Già, la parola uvajenie (rispetto, ndr.) è sempre più citata nei discorsi del presidente russo, così come alcune considerazioni sull’America che cerca di imporre al mondo il suo “modello” e il suo “diktat unilaterale” sono sempre più ricorrenti. E forse, è l’idea putiniana, qualcuno in Occidente la pensa come me. Dunque, perché non creare uno strumento mediatico internazionale che controbatta lo strapotere dei media Usa? Cominciando a raccontare una versione della Storia diversa?

Fin qui, nulla da eccepire se gli eredi dell’Impero del Male – formula sprezzante usata dagli anticomunisti più feroci – chiedono d’essere ascoltati e non demonizzati. Così, sorprende poco la notizia che Mosca ha deciso di varare l’ambizioso progetto di Sputniknews, definita l’altro giorno da Dmitri Kisilev, direttore dell’agenzia Rossia Sivodnija (Russia Oggi), nata sulle spoglie di Ria Novosti (Notizie russe), “una voce alternativa all’Occidente”, sorellastra dell’emittente governativa in lingua inglese Russia Today. Il pelato Kisilev è stato un popolare anchorman televisivo, fedelissimo portavoce putiniano, zelante al punto da creare qualche situazione incresciosa, successe per esempio ai Giochi Invernali di Soci, quando ebbe un’infelice uscita sui gay… l’infortunio creò parecchio imbarazzo al Cremlino, qualcuno pensò che prima o poi Putin l’avrebbe punito. Può darsi che la missione di Sputniknews.com possa essere impossibile e che Kisilev si giochi il futuro. Ma a sentire i russi, su essa si riverseranno ingenti risorse finanziarie, si dice nell’ordine di almeno 500 milioni di dollari, un sacco di quattrini in un momento in cui si chiudono ospedali e si tagliano le spese,a cominciare dagli aiuti alla Crimea… Non è una cifra sparata a caso: lo ha confermato lo stesso governo russo che nel bilancio 2015-2017 è contabilizzato un cospicuo aumento dei contributi per i media statali, in modo particolare di quelli internazionali, cioè la tv Russia Today e l’agenzia Rossija Sivodnija, alle quali andranno oltre mezzo miliardo di dollari.

Imponente, di sicuro, è il progetto: la piattaforma informativa internazionale – cito l’ufficiale ItarTass – prevede una collocazione on line e supporti radiofonici (più avanti, anche web tv) in 130 città di 34 Paesi, inizialmente trasmetterà  per 800 ore quotidiane in quattro lingue (russo, inglese, spagnolo, arabo). Dal primo dicembre si aggiungerà il cinese. Ogni redazione sarà composta da 30 sino a 70 redattori. Insomma, un multimedia hub che dovrebbe costare un occhio della testa. Sputniknews.com lavorerà in sinergia con Rossia Sivodnia e Russia Today. Lo slogan del lancio è assai significativo: “Telling the untold”, parlare di ciò che è taciuto. Assicurazioni professionali, “saremo affidabili. Offriremo interpretazioni alternative che sono, indubbiamente, in crescente richiesta nel mondo. Pensiamo che il mondo sia stanco di un punto di vista unipolare. Crediamo che la base di un tale mondo multicolore e multipolare sia la legge internazionale, un mondo in base alla legge”.

Peccato che la realtà russa sia assai poco multicolore, tantomeno multipolare. E che la legge sia spesso ingabbiata dalla deriva autoritaria del potere, sempre più in mano ai siloviki – i rappresentanti delle cosiddette ‘istituzioni di forza’ (servizi segreti, ministero degli Interni, ministero degli Esteri e forze armate) – e sempre più in proficua sintonia con gli oligarchi sopravvissuti alle brutali ri-nazionalizzazioni operate da Putin. Lo Stato è tornato padrone, limitando fortemente le tendenze neoliberiste, con l’alibi (giustificato) che avevano sconquassato l’economia russa negli anni Novanta, dimenticando però l’assalto alla diligenza di oligarchi ed ex funzionari sovietici. Una terapia d’urto che si è riverberata pure nel mondo dei media. Poco per volta, giornali e tv, radio e portali sono finiti nelle mani degli oligarchi “amici” di Putin. O meglio, degli oligarchi che devono assecondarlo se vogliono continuare a fare affari ed arricchirsi. Di fatto, solo un’infima percentuale di media può ancora ritenersi indipendente. Il giornalismo libero è quasi inesistente: farlo, è rischioso. Ci si lascia la pelle. Chiedere a Muratov, il direttore di Novaja gazeta, il giornale bisettimanale di Anna Politkovskaja: molti colleghi di Anna sono stati uccisi o feriti, altri sono in esilio. Mutavo dirige il giornale come se stesse sul filo di una lama… ogni numero, è una battaglia: per la distribuzione, per la sopravvivenza.

Mica come le testate del magnate uzbeko Alisher Usmanov, considerato l’uomo più ricco della Russia, primo produttore di ferro con la sua Metalloinvest, azionista dell’Arsenal, mille investimenti in giro per il mondo, anche negli States, ma soprattutto il boss di mail.ru, la più importante azienda internet russa, controllata tramite la società sudafricana Naspers e New Media Technologies. E’ proprietario del prestigioso quotidiano economico Kommersant, dei settimanali Denghi (soldi), Vlast (potere), Ogoniok e Week-end. Ha la maggioranza del canale tematico Disney russo, nonché di You-tv, Mustv (sorta di Mtv). Tramite Af-Telekom, detiene il 31 per cento di MegaFon (telefonia mobile).

Più spettacolare, in ogni senso, l’irruzione dell’avvenente Alina Kabaeva, 32 anni, detta la “zarina”, ex campionessa olimpica di ginnastica artistica (Atene 2004), copertine di Vogue, Maxim, Glamour, Cosmopolitan (le edizioni russe, ovviamente), incontro fatale con Putin nel 2000 e deputata alla Duma per Russia Unita, il partito del presidente, nel 2007, ad appena 24 anni. Fa gavetta in tv dapprima come ospite, poi come conduttrice di trasmissioni di varietà. Viene rieletta nel 2011, diventa vicepresidente della commissione gioventù, sport e cultura fisica, ma in aula parla poco, appena tre volte. In compenso la blogosfera russa da tempo sostiene che sia l’amante segreta di Putin: per lei il presidente ha divorziato da Ljudmila. Da lei avrebbe avuto due figli segreti, uno di 5 e l’altro di due anni. Il gossip accompagna la sua straordinaria ascesa. Culminata poche settimane fa con l’annuncio: Alina Maratovna Kabaeva è nominata presidente della NMG, il Nazionalna Media Group.

Proprietario è l’oligarca Yurij Kovalchuck, 64 anni, un fedelissimo putiniano. Si dice sia il suo cassiere personale, di sicuro lo chiamano il Murdoch russo. E’ entrato nel mirino delle sanzioni Usa e Ue, poiché presiede la Banca Rossija, di cui è il maggiore azionista, “considerata la banca personale dei funzionari di alto grado della Federazione russa”, recita la motivazione del provvedimento. Una banca di invidiabili performances, se in quindici anni ha visto moltiplicarsi i suoi attivi da 4 milioni a 11 miliardi di dollari. La Rossija controlla a sua volta le compagnie di assicurazioni Sogas e Transneft. Il gruppo dispone del 25 per cento di Prvij Kanal (il Primo Canale in cui al 49 per cento c’è Roman Abramovich), che è il più seguito del Paese. Poi, nel portafoglio ci sono Canale 5 e Ren Tv (rispettivamente quinta e ottava nella classifica delle emittenti russe). Inoltre, ha il 23 per cento della prestigiosa testata storica Izvestija, il tabloid Tvoi Dien, il quotidiano gratuito Metro di San Pietroburgo, il diffuso Rossiskaja gazeta, la Parlamentariji gazeta, la radio Russkaja Sluzhba Novostej (Servizio russo delle notizie) e radio Montecarlo russa. Guarda caso, a far da corona a tutto questo ben di Dio mediatico nella dote della Kabaeva, spunta l’Agenzia Internazionale di Informazione (Mia) Rossija Sivodnia, nata in seguito alla sospetta liquidazione di Ria Novosti dello scorso anno, dalla cui costola è partorito Sputniknews.com, diretto formalmente da Kisilev: per finanziare il progetto sono previsti 75 milioni di dollari l’anno.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Non c’è oligarca che non abbia un giornale o una tv, la normalizzazione imposta da Putin è stata accettata senza tanti rimorsi. Il bavaglio rende pesante l’atmosfera giornalistica. Nazionalismo e patriottismo sono enfatizzati, soprattutto in tv. Usmanov, tramite Mail.ru, ha scucito un miliardo e mezzo di dollari per acquisire il pieno controllo di Vkontakte, clone russo di Facebook che è abbastanza popolare anche nei Paesi dell’ex Urss e vanta 270 milioni di account. La scalata, iniziata in sordina nel 2007, è costata in totale oltre due miliardi e 100 milioni di dollari. Gazprom Media ha inglobato ProfMedia (1,5 miliardi di dollari). La Rambler-Afisha che fa capo a Vladimir Potanin e Alexandre Mamut è stato uno dei primi motori di ricerca del web russo: da esso dipende Sup Media che è proprietaria di Live Journal, molto influente nella vita politica del Paese. Inter-Ros, grosso fondo di investimenti di Potanin, detiene ProfMedia. Cioè pubblicazioni, tv e radio (Avtoradio, Energy, Humour Fm, Radio Romantica).

Lenta.ru, portale assai frequentato, fa parte di Medio Imperio, altra società del gruppo. Come Gazeta.ru, che è stato il primo giornale russo interamente on line. La prima pagina in Rete apparve il 28 febbraio del 1999. Poi, dopo l’avvento di Putin, apparvero gli oligarchi pronti a papparsi Gazeta.ru. Nel 2005 passò alla Sekret Firmy Publishing di Usmanov che la cedette poco dopo alla Sup Fabrik. Nel 2012 il passaggio alla Sup Media di Alexandre Mamut fu definitivo. Nel 2013 nasce Afisha.Rambler.SUP, e lì va a finire Gazeta. Il bavaglio è ben stretto, ormai. Quanto ai media stranieri, una legge approvata di recente stabilisce che il tetto delle quote siano abbassate dal 50 al 20 per cento, compreso quelli controllati indirettamente da partner russi. Vittima illustre, il quotidiano economico Vedomosti, sovente critico nei confronti delle scelte governative. Il gruppo finlandese Sanoma che lo controlla voleva già disfarsene. Sinora, senza successo. L’ultimo atto, riguarderà Internet: social networks e blogger equiparati ai media e quindi ai loro oneri. Dulcis in fundo, dal primo gennaio tutte le società di comunicazione, pure le straniere, online saranno obbligate a tenere i loro server in Russia. I media serve(r) del Cremlino.