Ogni anno si producono in tutto il mondo 500 miliardi di sacchetti in plastica monouso, che si biodegradano nel giro di centinaia di anni. Solo il genere umano è così folle e dissipatore da usare per pochi minuti un oggetto che dura più di cento anni. La produzione di plastica assorbe l’ 8% della produzione mondiale di petrolio. Circa la metà della quantità di plastica prodotta annualmente viene impiegata per produrre articoli monouso o imballaggi che vengono buttati entro l’anno.

Per trascuratezza o per mancanza di sistemi di raccolta, molti di questi rifiuti vengono dispersi nell’ambiente, e presto o tardi raggiungono il mare. In mare la plastica agisce come una spugna attirando tutte quelle sostanze chimiche idrorepellenti, tra cui i i Pop’s (Persistent Organic Pollutants) ma anche metalli pesanti come mercurio zinco e piombo, tutti estremamente dannosi per la salute. Col tempo i rifiuti si frantumano in parti sempre più piccole, fino a confondersi con lo zooplancton ed entrare così nella catena alimentare, con tutto il suo carico di inquinanti. Le stime, sebbene incerte, parlano di circa 250 miliardi di frammenti microscopici di plastica che galleggiano nel Mediterraneo, da 3 a 100 milioni di tonnellate nell’Oceano Pacifico e altrettanti nell’Oceano Atlantico, accumulatisi fin dagli anni ’50. A livello mondiale sono almeno 143 le specie marine soffocate, intrappolate, annegate a causa dei rifiuti in mare

Studiosi di Algalita e di altre associazioni di ricerca marina affermano che la plastica dispersa nel mare potrebbe aumentare del 100% ogni tre anni. Qual è la soluzione? Raccogliere e differenziare non basta. In Emilia Romagna, sono stati buttati 329.645 imballaggi in plastica in un anno. Solo il 40% di questa plastica è stata correttamente differenziata dai cittadini, e di questa frazione solo il 46% è stato avviato a riciclaggio. Il resto seppellito o incenerito.

A livello globale è ancora peggio: si producono circa 240 milioni di tonnellate di plastica all’anno di cui solamente il 3% viene riciclato. Perché? Semplice, la plastica è l’unica frazione merceologica la cui combustione è più vantaggiosa del riciclaggio: ciò è dovuto al suo elevato potere calorifico (ottimo per il processo di incenerimento) e allo scarso valore commerciale della plastica riciclata (un materiale plastico riciclato, infatti, può essere utilizzato una sola volta ed esclusivamente in applicazioni minori, come l’arredo urbano, fibre tessili e materiali per l’edilizia). Ovviamente tutti sappiamo che in natura niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma. La plastica bruciata non si distrugge, si trasforma in Co2, particolato fine e ultrafine, metalli pesanti, diossine, composti organici volatili, ossidi di azoto e ozono, ceneri tossiche.

L’unica vera soluzione, quindi, è rifiutare la plastica usa e getta. In Italia con la legge 116/2014, art 11 non si possono più distribuire o vendere shopper monouso in plastica, però restano permessi gli shopper trasparenti (quelli dell’ortofrutta, per intenderci). In Francia dal 2017 sarà vietata anche questa tipologia di shopper e saranno distribuiti solo shopper biodegradabili, a pagamento.

In assenza di una legge a proposito in Italia, la campagna “Porta la Sporta” ha ideato un progetto tutto da copiare: i supermercati che hanno aderito hanno dato in omaggio ai clienti per alcuni giorni un retino riutilizzabile, le istruzione su come procedere alla pesatura e un volantino. Successivamente i clienti hanno potuto acquistare altri retini e sono stati invitati ad usarli nel reparto a tempo “indeterminato”.

Ognuno nel suo piccolo può fare molto. Oltre a firmare petizioni e far pressione sugli enti locali, possiamo con piccoli accorgimenti ridurre di molto la quantità di plastica usa e getta. Noi in un anno abbiamo buttato appena 0,6 kg di plastica a testa, contro i 15 kg procapite della media italiana. Quando andiamo a fare spesa ci portiamo non una ma tante borsine, retine e sacchettini da casa, precedendo sempre il negoziante che in automatico tende a staccare la borsine di nylon. Beviamo acqua di rubinetto, acquistiamo il più possibile sfuso e alla spina, riportiamo i contenitori di plastica e le cassette ai produttori; in pochi minuti, con pochi euro e con semplici ingredienti, autoproduciamo detersivi e dentifrici. “Niente di nuovo”, mi disse una volta una vecchietta “quel che facevo io da giovane.”